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Le olimpiadi di soci

Creato il 11 novembre 2013 da Conflittiestrategie

Le prossime Olimpiadi invernali di Soči del febbraio 2014, ribattezzate dai detrattori di Putin “Olympiada Vladimirovna”, saranno una dimostrazione della rinascita economica russa e delle capacità organizzative di un Paese che si è lasciato alle spalle le rovine dell’Unione Sovietica. I soliti oppositori legati all’Occidente – a partire da Boris Nemtsov, ex vice primo ministro di Eltsin, l’acclamato democratizzatore dell’est che prese a cannonate il Palazzo del Parlamento nel 1993 – denunciano corruzione e ruberie da parte del potere costituito. Disfattismo allo stato puro contro una classe dirigente che, con tutti i suoi difetti, ha risollevato una comunità allo sbando, l’ha liberata dai peggiori speculatori ed arraffatori che facevano man bassa delle risorse e del denaro pubblico, per riportarla ai vertici internazionali.

Insomma, si lamentano proprio gli oligarchi e i mafiosi, molti dei quali caduti in disgrazia dopo l’avvento di Putin, quelli che in poco più di una manciata d’anni riuscirono a liquidare una Grande Potenza, riducendola ad un bancomat aperto a tutte le cricche mondialiste, FMI in testa.

Un altro di questi liberali del piffero, tale Valéri Souchkov dichiara al giornale francese Libèration: “Le cose sono fatte senza regole, senza alcun rispetto, né della natura –se essa potesse parlare!– né della gente. Tutto il contrario dello spirito Olimpico”. Purtroppo per Souchkov la natura non parlerà, non si è mai visto che essa si abbassi a discutere con tipi come lui, e nemmeno la fantomatica “gggente”, la quale ha sì la tendenza a brontolare per ogni cambiamento che turba il suo trantran quotidiano, in ogni angolo del pianeta, ma poi ci ripensa quando l’economia gira e fa arrivare qualcosa anche nelle sue tasche. Molto più pragmatico è sembrato, invece,Jean-Claude Killy, ex campione Olimpico e membro del CIO, il quale ha dichiarato, sempre a Libèration, che “la corruzione non l’hanno inventata i russi e tutto fa parte della natura umana. Ogni volta che si apre un grande cantiere arriva la corruzione. In Russia ce n’è di più? Chi lo può dire?” Et voilà come uno sportivo, che probabilmente non ha mai nemmeno letto Bernard Mandeville, ne sa di più sulla natura umana di un filosofo o di un intellettuale con encomiabili studi universitari e illuminanti master in terre lontane.

Pare che tutti in Russia vogliano dire la propria sull’organizzazione dei giochi e la maggior parte di questi maneggia l’argomento come un clava per percuotere la verticale del potere e colpire, in primo luogo, Putin ed il suo entourage. Ma non si diceva che in Russia c’è la dittatura? Non ci sembra punto se è possibile criticare così apertamente il Presidente ed i suoi uomini. In Italia la magistratura si è mossa per molto meno a tutela delle alte cariche istituzionali. Dall’estero, ça va sans dire, giunge il costante soccorso agli oppositori interni, molti dei quali veri e propri agenti stranieri. Da più punti s’invoca il boicottaggio delle Olimpiadi per punire la mentalità omofobica del governo russo, il quale ha recentemente approvato una legge che vieta la propaganda gay.

Personalmente, non capisco perchè gli omossessuali debbano farsi pubblicità. I gusti sessuali non sono alienabili, non sono merci di scambio e quindi non v’è ragione di allestire vetrine e banchetti dove metterli in mostra. La cosa è talmente ridicola che anche uno dei leader della comunità omossessuale russa, Nikolay Alexeyev, ha detto di sentire puzza di bruciato dietro il cancan alzato dai circuiti dell’informazione mainstream: “…Chi sostiene ciò sono i giornali, ma anche le comunità LGBT americane: tra queste c’è il Queer Nation, che, tempo fa, pubblicò una lista di 33 attivisti russi che invitavano a boicottare i giochi invernali di Sochi. Ci si è scordati, però – prosegue Alexeyev- di dire che gran parte di questi firmatari vivono all’estero, la Russia l’hanno lasciata da tempo e a manifestare dalle parti di Mosca raramente li si è visti”. Appunto, si tratta di macchina del fango orientata contro l’èlite russa dagli espatriati sul libro paga dei servizi d’intelligence atlantici, i quali hanno il compito di fermare il rinato protagonismo di Mosca sulla scena globale.

Costoro ricorrono a qualsiasi sotterfugio per screditare l’immagine dei leaders della nuova Russia. Quest’ultima non è il paradiso in terra ma non è nemmeno più quell’inferno di criminalità e di povertà in cui l’avevano fatta precipitare gli ubriaconi eltsiniani, e, prima ancora, i riformatori devastatori alla Gorbaciov. Attualmente, secondo una ricerca del FT, la Russia è la seconda potenza economica tra i paesi del G20 dopo l’ Arabia Saudita e davanti alla Cina, “in base a criteri economici differenziati e non solo al Pil”. Inoltre, il suo apparato militare, che sta tornando a livelli di massima efficienza, la pone nuovamente sul tetto del mondo e l’accredita quale interlocutore titolato a sedersi al tavolo dei big che decidono dei destini dell’umanità, come abbiamo potuto osservare sul fronte siriano. Curioso che di fronte a performances come queste ci sia ancora qualcuno convinto di poter mettere in difficoltà Mosca ricorrendo alle campagne di diffamazione basate sul disattendimento dei diritti civili e le presunte persecuzioni degli oppositori. Le lobbies femministe ed omosessuali non otterranno nulla dalle loro provocazioni conto terzi. I russi non si sono fatti intimorire dai missili balistici piazzati alle porte di casa dalla Nato, figuratevi se possano farsi impaurire dagli spettacoli ridicoli di fighette riottose lanciate in pubblico come bombe sexy o quelli, ancor più penosi, di pistolini piscianti controvento.


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