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[Le onde] 9. Di corsa

Creato il 13 maggio 2012 da Spaceoddity
Le onde
di Roberto Oddo
9. Di corsa
Una volta ho scritto una storia, e non c'era che quella copia, poi l'ho strappata in mille pezzi. Correndo, ne ho disperso i frammenti nei cestini che c'erano, fermandomi come in preghiera dinanzi a ognuno di essi, mentre volti sempre diversi mi guardavano chi con desiderio, chi con raccapriccio. Quando i cestini finirono, dispersi per strada la vita che avevo creato e, quando non c'erano più cestini, né strada, né rumore di passi, la mia storia precipitò: una volta nel vuoto, una volta nei tuoi occhi, un'altra volta prese il volo. Era la storia di un bimbo che corre anche lui, in un giorno come questo, mentre andava incontro a un aquilone, un aquilone grigio e brutto, che chiamavo il mio verme, un bruco che sente freddo, raggrinzito, tutto costretto nelle sue pieghe, finché questo non s'incagliava in altre manine. E chi lo teneva adesso era un ragazzino bellissimo, che si voltò per un attimo a dirmi qualcosa che non si capiva, le sue parole franavano come serpi spaventose in un eterno annodarsi e smarrirsi di forme. Si divertiva a parlare questa lingua a spirale, oppure no, vi era risucchiato dentro con il mio aquilone. Poi entrambi caddero in qualcosa come un fossato, sentii anche un rumore d'acqua là in fondo: guardavo sotto i piedi e sotto i piedi non c'era un fondo e non c'era mare, anche se ne sentivo sciabordare le onde e veniva voglia di tuffarsi e sparire tra le onde. Fu allora che sollevai gli occhi e vidi che l'acqua finiva lì, sopra di me, come spesso accade, e non era una superficie uniforme, che so io?, solleticata dalle mille dita di un sole nascente, ma una farfalla, ne aveva lo stesso battere leggere e disperato di una creatura che ha smesso di volare, ma ricorda ancora bene come si faccia e lo desidera, con le volute a fiori venate di strade oscure e insensate. Ne seguivo una, ma tutte finivano in altre strade oscure e insensate, sembra che non ci sia più niente poi, solo vicoli senza uscita, con un muro di fronte a me, ma alto alto alto e lungo lungo lungo, lunga lingua esangue come una muraglia, che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, e mille impronte di uomini in corsa, mille scatti immortalati di spalle, senza più volti da guardare o che guardino avanti da lì. O che sentano il gallo come me, là in cima, un gallo orbato, con le piume pettinate dal vento, che a ogni folata lo scopri mutar di colori, di suono, di versi, sta lì, lo vedo bene, inesorabile finché lo sentirò, quello che mi sveglia ogni giorno, il problema è decidere dove sia io a questo punto, perché intorno non c'è che luce di fate.
La mia stanza è già invasa dal giorno, la sveglia tramette suoni che mi dicono quanto sia tardi. Mi alzo rapidamente a vedere se non sia ancora qualche residuo lattiginoso del mio sonno, apro pure la finestra e qualcuno magari vedrà le mie mani brancolare nel vuoto, ma lascia che parlino: Berlino si è inventata questa mattina superba, umida, silenziosa, diluita nel suo sole lontano. Non credo che Sabine possa indossare ancora quell'abito leggero. Solo dicendolo, mi accorgo che è stata il mio primo pensiero e la tensione tra le gambe me ne spiega benissimo la ragione. Magari la incontro appena esco, penso dopo una rapida sosta in bagno, arrivato in cucina. Metto la caffettiera e prendo i biscotti nel pensile della cucina; li mangio, dimenticando il silenzio che sottolinea ogni mio morso. Ieri sera Gil ha sistemato tutto, non c'è traccia di Daria, né di Alejandro, non c'è più indizio di ieri che di un domani. Ecco perché preferisco il disordine, anche se Gil e tutte le mie ragazze mi hanno detto che non è così, che neanche nel caos c'è una storia. Penso dove se ne possa trovare una, a parte nel ricordo, dico, ma - appunto - vedo che si è fatto troppo tardi. Il gorgoglio sulla macchina del gas mi dice che è pronto il mio caffè, lo verso e non lo bevo, lo assorbo con la flemma di una pianta che ha radici e sole a sufficienza per la sua fotosintesi. È solo un ulteriore sguardo all'orologio che mi dice il contrario. La docica è veloce, indosso il mio abito da lavoro, il più simile possibile a quello degli altri, per sparire in uno dei tanti uffici del dipartimento, circondato da libri brulicanti di persone che credono.
Io e Gil apriamo insieme, io da una parte, lui dall'altra, la porta di casa; ombreggiato dal buio relativo del pianerottolo, vedo comunque il suo bel volto scavato dal sonno. Non mi saluta, si fa da parte con il suo respiro pesante per lasciarmi uscire, implorandomi con lo sguardo di non fargli domande. Lo guardo con affetto, gli sto per posare una mano sulla spalla, ma lui si infila in casa e si chiude dentro. Poso le chiavi in tasca e sembra sia il loro tintinnio a congelare il suono del violino di Ethel. Si spegne la luce della scala e, se non altro per accenderla, mi scuoto dalla mia paralisi. I gradini, ansiosi di raggiungere qualche piano superiore, mi slittano sotto i piedi e apro il portone che ho già dimenticato di esser sceso. Mi accorgo, solo in un lampo di lucidità, che il mio ombrello non è dove l'avevo lasciato, ma oggi non serve, c'è cielo a sufficienza che da solo basterebbe per ospitare il giorno del giudizio. Solo che è un giorno qualsiasi che mi porta a lavoro. Non ho tempo per farmela a piedi, corro fino a Wittenbergplatz. Scendo i pochi scalini che mi portano negli inferi della metropolitana e poi precipito a prendere al volo la mia corsa della U2. Il tragitto è breve, ma sufficientemente soporifero, inguainato in una lunga corsia giallastra e amniotica. Le poche persone sedute nella carrozza dormicchiano o guardano dentro un libro. Hanno l'aria di chi non vuol leggerlo, di chi non scava un angolo di terra per non provocare una valanga che li travolgerà. Solo un attimo prima di scendere a Stadtmitte, vedo, poggiato lì in fondo, sulla parete un po' scalcinata, Kostas. Gli faccio gesti cenni anche un  po' scomposti con la mano, che qualcuno attribuirà, come scongiuri, all'inevitabile meridionale. Del resto, devo scendere. Nel momento stesso in cui esco dal treno, Rainer si precipita al finestrino e fa in tempo a vedermi, non so più se col passo dentro o con quello fuori, e mi saluta festoso da lì, si guarda a destra e a sinistra e capisce che non farà in tempo a prendere le sue cose e l'uscita. Mi si apre in un sorriso di gioia commossa e commovente e mi fa cenno, in una lingua corporea che imparo a conoscere con lui proprio adesso, di raggiungerlo alla prossima fermata. Ed è per questo che ci incontriamo ad Hausvogteiplatz e io stamattina non vado a lavoro.

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