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Sotto questo aspetto, conoscendo certi tratti della mia incostanza, devo esser soddisfatto della capacità che ho avuto di arrivare fino all'ultima onda. L'avevo chiamato "romanzo d'appendice", ma è chiaro che quel tipo di opera non è nelle mie corde, soprattutto perché, arrivato alla scena da cui tutto è partito, ho avuto ancora più difficoltà a portare a termine la mia piccola e insignificante impresa. Non mi interessa e non so ricreare la suspence, mi interessa scivolare nei sentimenti e nelle passioni (nel senso etimologico del termine) dei miei caratteri.
Sul piano narrativo, perciò, Le onde ha un carattere senz'altro impressionistico, procedo per quadri, per momenti che si susseguono, per allusioni tra una cornice e un'altra, avvalendomi anche del tempo intercorso tra una puntata e l'altra. Ecco: forse, se lo avessi scritto tutto insieme, il lettore saprebbe cos'è successo tra Tonio e Kostas nel viaggio tra Berlino e Colonia oppure com'è finito quel loro famoso primo pranzo insieme, quando la donna che entrambi amano li mette uno di fronte all'altro per spiazzarli entrambi. Ma non importa: mi sta benissimo che il lettore si immagini tutto questo e lamenti l'assenza di questi dettagli da parte mia. Si tratta di una storia di neanche cinque giorni, dal sabato notte al mercoledì notte, se si esclude l'ultimo capitolo, e non li ho voluti raccontare interamente.
Per chi volesse leggere questo romanzetto e volesse giudicarlo nel modo più corretto, è giusto che io - invaso dal daimon critico - riveli onestamente cosa ritenga valido e cosa no. Mi piacciono, per esempio, i tocchi con cui ho tratteggiato persone diverse, in particolare il mio amatissimo Gil, che è nato quasi per caso e per gioco. Ecco, trovo che lui sia l'invenzione più bella e più umana del romanzo e a un certo punto stava anche prendendo la mano rispetto al protagonista, Tonio. Questi, per parte sua e per mia colpa, rimane un po' irrisolto in alcuni aspetti, così come mi sarebbe piaciuto che non perdesse mordente il poeta Rilke, snodo esplicativo che permette di tratteggiare al meglio Kostas-Rainer-Orfeo. Ma così è andata, un prossimo esperimento dovrà essere pianificato molto meglio sul piano della sottotraccia.
Quanto alla traccia, che dire? Le onde racconta di Tonio, un dottorando italiano (poco convinto, com'ero io) in Storia delle religioni a Berlino, che pur amando una donna ormai stabile in Germania e con tutti gli imprevisti del caso, è costretto a fare un viaggio a ritroso nella sua vita e tornare a casa anzitempo. A posteriori, i tratti di somiglianza con alcune persone reali sono impressionanti: posso solo dire che si tratta di (singolari, lo ammetto) coincidenze: lo spunto per il romanzo è nato una notte dell'agosto 2011, ma a lungo i dettagli (e anche più) sono rimasti acquattati dietro le luci di una discoteca all'aperto. L'ispirazione, poi, è puramente letteraria (Mann, Woolf, Rilke) e non ho rubato vita ai miei amici (anzi: li ho conosciuti meglio per aver scritto questi quattordici capitoli). Non solo: non ho neanche vissuto una sola delle scene di questo romanzo, fatte salve alcune suggestioni che non rivelo. Le onde è un'opera di fantasia, che sia buona o no, lo lascio giudicare agli altri, ma per me - lettore - è stata una tappa importante. Ho conosciuto delle persone nuove, di recente, e ho anche provato a guardare attraverso i loro occhi. Il mio temperamento è più lirico, emotivo, spirituale che narrativo. Mi sta benissimo essere un pessimo narratore, se il caso, ma preferisco essere me stesso e superarmi per quel che valgo.
Voglio penetrare nel mondo più con le armi della comprensione che con quelle della gloria: sono anzi piuttosto schivo (e mi piacerebbe tanto somigliare a Gil) e, che ci si creda o no, non tengo alla fama, anzi mi spaventa e la rifuggo.
Questo non vuol dire, ovviamente, che non ho scritto un capolavoro per non diventare famoso, ci mancherebbe altro: se non l'ho scritto è perché non l'ho saputo scrivere. Dico solo che ho scritto e scrivo per superarmi e, se anche rimango l'ultimo in gara (davvero non voglio entrare nel merito del giudizio), sono più avanti di prima. A me non par poco.
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