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“Le radici del cielo” di Romain Gary - I grandi ideali in un grande romanzo

Creato il 24 giugno 2011 da Sulromanzo

Le radici del cielo"Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene".

Questa frase potrebbe essere incisa sulla tomba dei grandi ideali, sconfitti da un mondo che sembra non lasciarci credere più in niente, oltre al profitto, ai soldi, all’esibizione a tutti i costi di un’immagine spesso così lontana da ciò che siamo.

Vediamo se trovo, pensando e riflettendo, saltando di palo in frasca, le pagine di un libro in grado di ridare forza a qualche ideale, anche solo come principio a cui credere in astratto.

Nella mia libreria l’occhio mi cade, forse per caso, forse per una specie di inconsapevole ricerca, sull’opera di un grande teorico del marxismo: Storia e coscienza di classe di György Lukács.

Oggi le classi ci sono ancora. È innegabile. Viviamo in una società fortemente differenziata in gruppi e categorie sociali. E tuttavia sembra diventata rarissima la consapevolezza di una tale differenziazione. E questo è il primo ostacolo per un possibile cambiamento. Ciò che non è dinamico è destinato a morire.

Ma dove vado a finire con questi pensieri? Mi viene in mente che György Lukács partecipò al governo di Imre Nagy, in Ungheria. Dopo l’invasione sovietica del 1956 fu arrestato. Mentre veniva condotto in un castello usato come prigione fece un commento su Kafka, affermando che lo scrittore ceco, autore di un angosciante romanzo intitolato appunto Il castello, in realtà doveva essere definito un esponente del realismo in letteratura. Addio ideali! Addio sogni di governi illuminati! Addio classi sociali da nutrire di nuovo spirito riformatore! Lasciatemi almeno la coscienza!

Sono su una cattiva strada. Già mi fa male la testa. Non valgo certo l’autore della frase iniziale e non sono così importante come i due signori dati già per morti all’inizio! Però vorrei ritardare il più possibile quella fine. È comprensibile, penso.

Serve qualcosa in cui credere. Lasciamo stare i grandi trattati, per quanto prestigiosi e profondi. Forse è il caso di riflettere su una forma d’arte ancora viva. Vivissima. Sul romanzo.

Per fortuna c’è nella mia libreria un esemplare, tra tanti, che sembra promettere bene.

Le radici del cielo di Romain Gary.

Vincitore del premio Goncourt nel 1956, questo libro è ambientato nell’Africa equatoriale francese degli anni Cinquanta. Il continente è ancora diviso nei domini coloniali delle potenze europee.

È una terra sfruttata, quella africana, in nome dell’arricchimento degli stati o della sete di ricchezza di imprenditori senza scrupoli, arrivati per dare lavoro ma alla fine capaci solo di perpetuare la schiavitù nelle piantagioni o di soddisfare i loro appetiti di potenza in cacce crudeli contro animali indifesi.

Una narrazione efficace e di grande respiro delinea due gruppi di personaggi. Quelli che stanno dalla parte degli Stati padroni delle colonie: il governatore, le autorità locali, i proprietari terrieri. Dall’altra ci sono gli indigeni, gli sfruttati, i nativi delle colonie. Sono spesso guidati da pochi intellettuali africani che hanno studiato all’estero, come Waitari. Questo gruppo vuol combattere per l’indipendenza della loro terra. Sperano nell’appoggio degli Stati comunisti, l’Unione Sovietica prima di tutto.

È una contrapposizione da guerra fredda, tra Est e Ovest. In mezzo a loro emerge la vicenda di Morel. Il grande protagonista. Durante la seconda guerra mondiale è stato a lungo prigioniero nei campi di concentramento nazisti. Adesso lo troviamo in Ciad dove cerca di diffondere una petizione per la difesa degli elefanti. Scartoffie da far firmare per tentare di proibire la crudele caccia ai pachidermi o per impedire ai ricchi proprietari terrieri di sterminarli nel timore che possano distruggere le piantagioni.

Un’opera buona. Niente più. All’inizio appare innocuo. Lo giudicano addirittura patetico. Appare del tutto escluso dalle profonde logiche di potere che oppongono i colonialisti ai sostenitori dell’indipendenza. Poi però Morel comincia a fare sul serio. Ferisce un noto giornalista americano amante dei safari, si oppone con tutte le sue forze a un commerciante di avorio pieno solo di odio e avido di ricchezza. È ricercato dalle autorità. Si rifugia nei territori selvaggi. Acquista una certa fama. Prima in Europa, poi in tutto il mondo. Accade allora che i capi del movimento per l’indipendenza delle colonie gli offrono appoggio. È un alleato importante. Può essere utile alla loro causa. Morel è instancabile. Vive con poco o niente fuggendo per foreste, grotte, deserti.

Si batte con tutte le sue forze per difendere i giganti dell’Africa. Dalle loro gambe crescono le radici del cielo. Sono i pilastri dell’anima. Gli ideali capaci di sorreggere la più disperata delle imprese. Realizza azioni di sabotaggio contro i depositi di armi dei trafficanti di avorio. C’è anche un episodio divertente durante il quale con il suo gruppo interrompe la festa nella tenuta di un ricco proprietario di piantagioni. Con le armi puntate ordina ad un suo uomo di sculacciare la viziata moglie del padrone, colpevole di uccidere elefanti come fossero sagome da abbattere col fucile in un poligono di tiro.

Il governo francese preme affinché Morel sia catturato. Troppo rumore intorno alle sue imprese.

Emerge l’importanza della protagonista femminile: Minna. Una tedesca alta e bionda finita in Africa alla ricerca di una nuova vita dopo le sofferenze patite a Berlino, dove, subito dopo la fine della guerra, per sopravvivere è stata costretta alla prostituzione.

Elefanti
Minna conosce Morel quando vuol diffondere la sua petizione. Poi, quando è costretto a fuggire di continuo ed è ricercato dalle autorità e dai cacciatori di elefanti, lo raggiunge e resta al suo fianco. Lo ama per qualcosa che riesce a trasmettere. Per gli ideali in cui crede. Ci crede fino in fondo. Tanto che più volte a vari giornalisti dichiara che a lui non interessa la politica. Non interessa chi governa in Africa. Gli interessa solo salvare gli elefanti. A questo punto Waitari, il capo della “resistenza” locale non accetta che Morel, uomo puro, svuoti la loro lotta di ogni contenuto politico, di ogni significato patriottico. Lo fa prigioniero e sarà lui stesso a realizzare un tremendo e spaventoso massacro di centinaia di elefanti, approfittando della corsa disperata di branchi numerosi verso l’unico lago della regione, colpita da una tremenda siccità. Pachidermi si rotolano morenti nell’acqua fangosa mentre Waitari chiede a un reporter di fotografare tutto. Sarà quella la prova che il loro non è un movimento per la difesa degli animali. Sul luogo del massacro arrivano decine di uomini e donne affamati. Per loro è carne con cui sfamarsi. Niente più. Per un motivo o per l’altro gli ideali di Morel sembrano sconfitti da calcoli più complicati o esigenze più immediate.

Minna verrà catturata e processata. Viene sommersa di domande meschine sul suo rapporto con Morel. Quante volte ha fatto sesso con lui e altre cose del genere. Ma lei lo ripete. Lo amava per qualcosa che le autorità non potevano capire.

Comprendiamo qualcosa di più di Morel quando sappiamo che nei campi di concentramento dove era stato durante la guerra, un compagno di prigionia aveva escogitato, per sopravvivere, di pensare a una donna. Bellissima, affettuosa. L’aveva descritta a tutti. Piano piano, tutti nella baracca avevano condiviso quella invenzione e lei era diventata reale. “Come sta oggi, la ragazza?” domanda uno di loro. “Dalle la mia sciarpa” dice un altro “se no prende freddo”. I tedeschi se ne accorgono. Vanno su tutte le furie per quella loro fantasia. Mettono il compagno troppo creativo in cella d’isolamento a pane e acqua per trenta giorni. Quando esce, stremato, rientrando nella cella, domanda agli altri: “Come sta la ragazza?”. Morel gli risponde: “È seduta nell’angolo. Ti aspetta”.

Un altro flashback ci racconta di Morel ancora prigioniero dei tedeschi in un campo di lavoro forzato.

Sole che spacca le pietre. Turni massacranti. Uomini trattati peggio degli animali. È sempre quello strano compagno di prigionia a prendere spunto da qualcosa in terra, tra la polvere, per liberare la fantasia. Ogni tanto cadono dal cielo degli insetti grandi e rotondi. Colorati. Ricordano dei fenicotteri. Invece di far finta di niente e calpestare anche solo per caso quegli animaletti, il prigioniero cerca di rispettarli. Li evita. Non li uccide. Poi ne raccoglie uno. Se lo mette su una spalla. Continua a lavorare. Con più forza e vigore di prima. Parla con lui. E così fanno tutti i suoi compagni compreso Morel. I tedeschi minacciano punizioni. Come matti cercano di calpestare e uccidere gli insetti caduti dal cielo. Ma ne cadono sempre di più. Tanti tantissimi.

Non riescono a liberarsi di loro. Pistole, calci non uccidono quei simboli e i prigionieri hanno qualcosa in cui credere.

Alla fine del romanzo, Morel non è stato catturato. È ancora in fuga. Non conosciamo esattamente il suo destino, ma il lettore è portato a immaginarselo ancora vivo mentre combatte per una idea.

Molti testimoni cercano di descriverlo. Lo accusano di essere stato un nichilista, un misantropo.

Ma chi lo ha conosciuto veramente ce lo descrive in modo molto diverso.

“Quell’individuo soffre di un concetto troppo nobile dell’uomo… Un’esigenza del genere è implacabile. Non si può vivere sentendosela dentro. Non si tratta di politica o di ideologia… Ai suoi occhi, noi manchiamo di qualcosa di più importante, un organo in un certo senso… Non abbiamo quello che ci vuole… Mi stupirebbe molto se si lasciasse prendere vivo”.

“Non era un disperato. Non detestava gli uomini… Anzi aveva fiducia in loro, era un uomo che rideva molto, era allegro… Amava la vita, la natura e…”.

Come posso concludere? La scrittura di Gary è capace di farci credere ancora nei grandi ideali. Mi dispiace per Marx e per Lukács. E spero, soprattutto per i credenti, che Dio goda di ottima salute. Una cosa è sicura. Non ho più dolore alla testa. Mi sento molto meglio! E sono certo che Morel è vivo e sta bene.

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