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Le squadre che hanno fatto i mondiali. Argentina 1990

Creato il 26 marzo 2014 da Lundici @lundici_it
occhiditoto

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e, alla fine, vincono i tedeschi”

Gary Lineker

Maestro, anche lei non è che si sia sprecato, eh?

Maestro, anche lei non è che si sia sprecato, eh?

1990 Argentina: indietro tutta!

Le premesse

Poi ci furono le Notti magiche. Le abbiamo aspettate per anni e finalmente sono arrivate. Il Mundial in Italia, 56 anni dopo il mondiale mussoliniano del ’34, ma anche 10 anni dopo gli Europei dell’80, che ci eravamo preparati ben bene per vincere… e che alla fine vinsero i tedeschi.

Con il Mundial italiano succederà la stessa cosa: avevamo la squadra più attesa, con il miglior rapporto tra gioventù ed esperienza, alla fine risulterà anche la squadra che gioca meglio… tutto inutile. Vincerà la Germania.

Introdotto dall’inno ufficiale di Giorgio Moroder, cervello in fuga ormai da anni, inno poi italianizzato e rockettizzato un po’ da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato (“ci abbiamo messo due chitarre elettriche, a vedere se si ravvivava”, commenterà la sempre garbata Gianna), dal manifesto di Burri e dal pupazzetto-mascotte un po’ inquietante, tutto l’ambaradan organizzativo è affidato al top dei top dei manager sportivi italiani.

Edvige, detto senza offesa, ti preferivo prima...

Edvige, detto senza offesa, ti preferivo prima…

Il sommo Luca Cordero di Montezemolo, ai tempi ancora in periodo pre-Juventus (farà il presidente per un anno), pre-Ferrari e, naturalmente, pre-Italo. Nelle tante vite e nelle tante musiche di Montezemolo, quello passerà alla storia come il periodo Ubaldesco, quando cioè il Montezuma si bombava il gran pezzo dell’Ubalda nazionale, sia pure francese di nascita: ma sì, l’Edvige Fenech, che grazie alle nuove frequentazioni altolocate poté riciclarsi da idolo dei camionisti a signora della Domenica nazionalpopolare.

Dal punto di vista organizzativo il Mundial si rivelerà un’occasione persa: stadi semivuoti, soprattutto nelle città che ospitano le squadre minori; stadi nuovi nati già vecchi (Torino, Bari) o con un restyling che non li proietta certo verso la modernità (Bologna, Firenze). Per non parlare delle opere al contorno, con fermate FS mai utilizzate (né durante, né dopo il Mundial) e centri stampa in culo ai lupi. Sarà l’ultima grande infornata di soldoni pubblici pre-Tangentopoli, prima cioè che finalmente il nostro Paese si modernizzasse e scomparissero definitivamente dai radar politici corrotti, amici degli amici, scandali, case comprate all’insaputa di, ecc…

L'Edvige curata da Montezemolo.

L’Edvige curata da Montezemolo.

Inoltre, Italia ’90 segna l’ingresso deciso e senza incertezze dell’Italietta nella lunga stagione del trash televisivo, con l’Alba Parietti che imperversa come opinionista coscialunga in TV e l’italianissima Tele Monte Carlo che affida le telecronache a un José Altafini in estasi perenne, che annuncia i replay delle (poche) reti al grido di “datemi un golaaazooo!!!”. A Italia ’90 dobbiamo però una pietra miliare della cinematografia nazionale: stiamo parlando di “Cicciolina e Moana ai mondiali”, in cui le nostre eroine conducono gli Azzurri all’immortale vittoria finale sfiancando in serie Gullit, Maradona ed il centravanti teutonico Kataklinsman (!). Per approfondimenti sulla trama, ecco la voce di wikipedia.

Lasciate da parte le questioni tecniche e tornando a parlare (ahinoi) di calcio, forse si ricorderà la minaccia con cui ci si era lasciati nella puntata scorsa: Thys aveva introdotto la pietra dello scandalo a Mexico ’86 e la minaccia diventa realtà ai mondiali italiani: gran parte delle squadre (dalla Germania futura campione al Belgio, dalla Jugoslavia addirittura al Brasile, unico caso nella sua storia), giocano con il malefico 5-3-2. Ma a portare ai suoi “picchi” questo modulo, sarà l’Argentina campione in carica di Carlos Salvador Bilardo, che – squadra allo svacco più che allo sbando – ne farà la leva per arrivare a 5’ da un incredibile bis mondiale. In questa puntata parliamo di lei, ché quasi rilaurearsi campioni senza uno straccio di gioco non è da tutti. Niente gioco, niente reti, tutti dentro al fortino da assediati: vera incarnazione dello spirito di Italia ’90.

Come va il mondiale

Le previsioni della vigilia dicono che l’Italia ha una bella squadrina, che ha ben figurato due anni prima agli Europei di Germania (fuori in semi) e che con il supporto del pubblico amico potrebbe arrivare in fondo. Certo, ci sono da tenere d’occhio il Brasile “europeo” di Sebastiao Lazaroni, campione d’America, qualificatosi in carrozza e venuto a batterci a casa nostra in amichevole ad aprile, ed i Tulipani del Milan (Rijkard-Gullit-Van Basten), anche se paiono un po’ involuti rispetto alla bella e tosta nazionale Campione di Europa due anni prima. Piuttosto, sembrano in crescita i tedeschi, per l’ultima volta con l’aggettivazione di “occidentali”, visto che è imminente la riunificazione post caduta del Muro.

La lunga (e semi inutile) prima fase sembrerebbe confermare i pronostici: Italia e Brasile a punteggio pieno, anche se con più fatica di quanto dicano i 6 punti finali (è l’ultimo mondiale in cui si premia con 2 punti la vittoria). L’Olanda passa da terza (sia pure per sorteggio), a seguito di tre insulsi pareggi, dietro Inghilterra ed Eire. La Germania figlia del campionato italiano (Breheme, Mattheus, Klinsmann, Kohler, Reuter, Voeller, Moeller), dà la solita sensazione di squadra solida e quadrata, anche se la pochezza del girone (Emirati Arabi, Jugoslavia e Colombia) è tale da richiedere altre prove. L’Argentina riesce a passare con il fiatone, lasciando fuori quell’URSS finalista a Euro 88, ormai fiaccata dagli esiti sociali ed economici della glasnost e all’ultima, malinconica apparizione mondiale della sua storia. A chiudere il quadro delle qualificate, Cecoslovacchia, Romania, Colombia, Jugoslavia, Belgio, Spagna, Uruguay, più le due vere rivelazioni di Italia ’90.

Una è il grande Cammarùn del bomber quarantenne Roger Milla, ma anche di tanti giovani di belle speranze, che si impone nel girone dei campioni del mondo. L’altra è la Costarica di Bora Milutinovic, il mister giramondo che quattro anni prima aveva guidato il Messico, quello sposato con l’ereditiera. Questa piccola squadra di un piccolo Paese, noto per essere l’unico al mondo senza un esercito nazionale, perde solo con il Brasile ma fa il miracolo di battere una Scozia che chiude a Italia ’90 la sua usuale frequentazione dei mondiali di calcio (sempre presente tra il ’74 e il ’90, mai più dopo) ed una spocchiosa Svezia, arrivata con grandi aspettative e con la convinzione di avere la migliore squadra dai tempi della finale persa contro Pelé&Co nel ‘58.

 Si inizia con gli occhi spiritati, si finisce all’Isola dei famosi


Si inizia con gli occhi spiritati, si finisce all’Isola dei famosi

Il primo turno, soprattutto, consegna a noi italiani una emozione forte nella esplosione dei due attaccanti di rincalzo: complici la luna storta di quel Gianluca Vialli atteso come il messia, e la scarsa intesa mostrata con Carnevale, attaccante del Napoli scudettato, Mister Vicini dà spazio a Totò Schillaci e Roberto Baggio. Il primo è in uno stato di grazia da riuscire a segnare anche in fuorigioco, con tiri da 30 metri o ciccando la palla (che gli rimbalza sull’altro piede ed entra da sola). Robertino è semplicemente un artista che dipinge con i piedi.

Gli ottavi confermano la buona vena dell’Italia (2-0 facile all’Uruguay) e della Germania, che si prende una bella rivincita di Euro 88 sbattendo fuori l’Olanda, fanno esultare per il Camerun, che continua la sua favola bella ai danni della Colombia (con il portiere volante Higuita che abusa della sua stoltezza e viene punito dagli dei di Eupalla) e registrano il passaggio di turno di Jugoslavia (2-1 sulla Spagna), Inghilterra (1-0 di Platt a 2’ dal termine dei supplementari contro il Belgio), Eire (ai rigori dopo 120’ di sbadigli sulla Romania), Cecoslovacchia, che interrompe il cammino della Costarica-simpatia (4-1). Ma la vera sorpresa degli ottavi si ha in Brasile-Argentina, con l’Argentina mai così chiusa dal pronostico in una sfida mondiale tra le due. E invece, l’Argentina si riscatta, sbattendo fuori gli odiati verdeoro grazie a Caniggia.

Come si vedrà, non sarà l’unico gol decisivo della versione in bello di Steve Tyler. Ma prima dell’epilogo, due parole sulla squadra del Mundial ’90.

Buttate su la palla, non si sa mai che succeda qualcosa

Buttate su la palla, non si sa mai che succeda qualcosa

L’Argentina, si diceva, è la quintessenza di come una buona idea (una zona con il “safety” dietro, come nel football americano) possa avere effetti pratici perversi. Dal punto di vista dello spettacolo e del gioco, sia chiaro, perché dal punto di vista dei risultati l’Argentina riuscirà addirittura ad estrarre da questo modulo un secondo posto. Non gliene si può fare una colpa, perché come diceva il Professor Scoglio (RIP pure lui) quando spiegava con riferimenti troppo alti e scollegati la sua filosofia delle palle inattive, “io Maradona non ce l’ho e qualcosa mi devo inventare se voglio fare punti”. È vero, l’Argentina Maradona ce l’ha; però Diego ha già dato tutto nella vittoria del campionato con il Napoli due mesi prima, ha intrapreso la cuesta abajo della sua turbolenta vita ed inizia a pensare alla dorata vecchiaia, agli yen giapponesi (in realtà mai arrivati), al ritorno in patria, va a sapere a cosa.

Intendiamoci: Maradona è El Capitán, il fulcro di questa squadra e, soprattutto, del suo spogliatoio, ma sarà decisivo più fuori che dentro al campo, dove di lui si ricorda giusto la magnifica giocata che manda in rete Caniggia ed elimina il Brasile negli ottavi. Diego, che come si sarà capito non è nemmeno lontano parente di quello che vinse da solo il Mundial quattro anni prima, tiene il meglio per la sala stampa, dove trasforma ogni pre- e post-partita in un corpo a corpo: denuncia l’attentato di un presunto furto della bandiera nazionale dal quartier generale della Selección (reato per il quale sarebbe addirittura stata allertata l’Ambasciata), polemizza con gli agenti della stradale che fermano il fratello Lalo per un eccesso di velocità notturno, ma fa il suo capolavoro quando, realizzato che la semi con l’Italia si giocherà a Napoli, chiama alle armi i tifosi napoletani affinché tifino per lui e non per un Paese che li ha sempre considerati degli appestati (Mourinho in confronto si rivelerà un dilettante).

Detto dell’unico grande merito di Maradona a Italia ’90, che dire del resto della squadra? Per capire come sta messa l’Argentina che si appropinqua al mondiale, basti pensare che nel gennaio precedente la Selección organizza un’amichevole per testare lo stato di salute di Jorge Valdano, il puntero di 4 anni prima, che aveva abbandonato il calcio già alla fine della stagione 1986-’87. Per inciso, la prestazione desta anche entusiasmi in patria, ma El Filosofo non si smentisce, si prende il divertimento di una rimpatriata tra amici, ma gela tutti con un aristocratico “Grazie, ho già dato”. Così i campioni si trovano costretti a difendere il titolo con qualche attaccante-comparsa del campionato italiano, ai tempi il più quotato del mondo: Caniggia, ala un po’ folle che viene da nulla più che una stagione dignitosa all’Atalanta; un acerbissimo Abel Balbo, pochi gol quell’anno nella retrocessa Udinese, preludio però di una carriera successiva da bomber di razza; Gustavo Abel Dezotti, già in fase calante di una mai entusiasmante carriera, ai tempi nella sonnacchiosa e – immancabilmente – retrocessa Cremonese.

Il resto della squadra è fatta da qualche stanco reduce di Mexico ’86 (un Burruchaga ancora assistito dai piedi ma non più dalla corsa, i rocciosi Ruggeri e Giusti non più così rocciosi) e qualche innesto un po’ carne e un po’ pesce.

Quando alla prima partita Bilardo si rende conto che proprio non ce ne è (sconfitta contro il Camerun), rivoluziona la squadra e si affida al metodo Sperindio: 4 uomini in marcatura + il libero dietro (un buon Simón), centrocampo con un marcatore davanti alla difesa e Burruchaga a dare un minimo di fosforo (ma neanche il laziale Troglio era malaccio), Maradona a marcare l’arbitro e a inventarsi una jugada ogni quattro partite e – largo a sinistra, sulla rampa di lancio del contropiedista – Caniggia, un nome che ci fa ancora soffrire.

Questa squadra di comprimari e senza uno straccio di idea di gioco, questa squadra che segnerà in tutto cinque gol in sette partite, questa squadra che si qualifica solo come terza nel girone dietro a Camerun e Romania, questa squadra che gioca 90’ del quarto di finale contro la Jugoslavia in superiorità numerica senza tirare in porta e passa solo ai rigori, questa squadra che in semifinale fa l’ulteriore miracolo di eliminare i lanciatissimi padroni di casa (noantri) di nuovo ai rigori, questa squadra che alla fine vincerà due sole partite su sette senza l’ausilio della cinica lotteria dei rigori (una con l’URSS e gli ottavi con un Brasile fiacco, ma che prende tre pali nei primi 20’), beh, questa squadra fino a 5’ dalla fine del mondiale poteva ancora diventare campione del mondo, allontanata dal sogno del bis solo da un rigore farlocco.

Mistero della fede.

Come giocarsela (la vita)

Come è stato possibile tutto ciò? Beh, perché a complicarsi la vita noi italiani siamo maestri (i tedeschi, già meno).

Fare thee well, Leoni Indomabili!

Fare thee well, Leoni Indomabili!

Ai quarti, l’Italia elimina l’Eire venuto a fare da sparring partner e aspetta in semi l’Argentina, che come detto elimina senza gloria alcuna la Jugoslavia. La Germania batte di rigorino la Cecoslovacchia. All’ultimo quarto, si assiste forse all’unica partita bella ed avvincente dell’intero mondiale: sotto di un gol contro gli ex-maestri inglesi, il Camerun in un minuto ribalta il risultato, gioca così in scioltezza da ciucciarsi il 3-1 per il vezzo di concludere di tacco una bellissima triangolazione in area e arriva a 7’ dallo storico e a tutt’oggi mai riuscito miracolo di avere una squadra africana in semifinale ai mondiali. Poi però Gary Lineker si ricorda di essere il pichichi di Mexico ’86, pareggia e piazza il sorpasso nei supplementari. Il Camerun esce con l’ovazione del pubblico di Napoli. Resta la più bella immagine di Italia ’90.

Poi arrivano le semifinali. L’Italia con l’Argentina non trova il bandolo, segna con un gollonzo mezzo in fuorigioco, subisce il pareggio di Caniggia su un’uscita un po’ avventurosa di Zenga, che ancora a distanza di anni i nostri professionali mezzibusti televisivi gli rinfacceranno con piacere e si fa buttare fuori ai rigori dalle parate di un portiere arrivato ai mondiali come riserva, che carneade era e carneade rimarrà poi. Comunque, la prendiamo bene: “Argentini, la razza peggiore!”, titola un noto quotidiano sportivo l’indomani. Il 50% della popolazione argentina, di qualche ascendenza italiana, ringrazia.

Nell’altra semi si completa l’involuzione dei Panzer tedeschi, che vincono sì ai rigori – dando il là alla famosa battuta di Lineker che introduce questa puntata – ma sono ormai un lontano ricordo della squadra che appena un mese prima ha iniziato il mondiale con ben altro piglio.

Per fortuna, in finale li attende una squadraccia, costretta dalle squalifiche a rinunciare anche ai suoi uomini più in forma, tra cui il Caniggia giustiziere di Brasile e Italia (tutto mi sarei aspettato nella vita, tranne che vedere Dezotti titolare in una finale dei Mondiali). Alla fine vince la Germania, ma con un rigore su Voeller che definire generoso è poco.

Il giorno prima, l’Italia aveva salvato l’onore del terzo posto, superando l’Inghilterra meglio di quanto dica il 2-1 finale allo stadio di Bari, periferia dell’Impero ma fulcro del potere semi-mafioso dei fratelli Antonio e Vincenzo Matarrese; che ai tempi possono vantarsi di essere i palazzinari costruttori dello stesso stadio in cui si gioca la finalina, i proprietari del Bari e – uno dei due – il Presidente della FIGC. Bella gente.

Il mondiale finisce però nel peggiore dei modi, con i fischi di tutto l’Olimpico all’inizio, durante l’inno dell’Argentina (“Hijos de putaaaa” griderà a pieni polmoni Maradona immortalato dalle telecamere) ed i boati alla fine, quando Diego in lacrime riceve la medaglia dello sconfitto.

Un brutto mondiale, con un brutto epilogo. Non si poteva che raccontarlo attraverso la sua squadra più rappresentativa. Brutta anche lei.

(Post scriptum: io comunque quel giugno-luglio avevo 20 anni, mi vidi tutte le partite di cui 5 dal vivo, diedi 6 esami in una sessione e finito tutto, me ne andai in interrail in Gran Bretagna. 20 anni sembran pochi, poi ti giri a guardarli… e ti scopri a ripensare con il magone anche a quell’orrido mondiale!)

Il gol del mondiale

È la mossa Kansas City, loro guardano a destra e tu vai a sinistra. Lo spiega bene Bruce Willis in Slevin. Pulita, naturale, imprevedibile, fino a quando non è già successa ed ormai è troppo tardi.


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