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Le teorie psicanalitiche: tra Freud, Erikson e morale

Da Psychomer
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Matteo Radavelli
gennaio 31, 2011Posted in: psicologiaLe teorie psicanalitiche: tra Freud, Erikson e morale Le teorie psicanalitiche caratterizzano lo sviluppo essenzialmente in termini di pulsioni e motivazioni intrinseche, per lo più inconsce, che influenzano ogni aspetto del pensiero e del comportamento di un individuo. Tali pulsioni e motivazioni rappresentano il fondamento degli stadi di sviluppo universali e degli scopi particolari nell’ambito di ogni stadio. L’approccio psicanalitico ha costituito la prima interpretazione esauriente del comportamento umano dal punto di vista psicologico. Il padre di tale approccio è stato Sigmud Freud (1856-1939), un medico che, andando alla ricerca delle cause dei disturbi fisici dei pazienti, diede origine ad una scuola di pensiero tra le più influenti in psicologia.
L’interesse di Freud era rivolto ai pazienti adulti, perché cercava di comprendere e risolvere i sintomi nevrotici di questi. Tuttavia egli arrivò alla conclusione che le cause di tali disturbi e dell’intero comportamento nella maturità erano da ricercarsi negli eventi della prima infanzia. Il bambino è per lui una creatura guidata da impulsi primitivi che deve soddisfare ad ogni costo, ed è perciò compito dei genitori aiutarlo a sviluppare una giusta valutazione della realtà esterna e ad imparare i modi di rinviare e inibire la gratificazione dei suddetti impulsi. I conflitti che i bambini sperimentano tra i loro forti bisogni interni, da un lato, e le richieste dei genitori e della società dall’altro, avvengono in accordo con una crescita corporea definita dalla successione degli stadi orale, anale, fallico, della latenza e genitale. Freud sostiene quindi che alla base della formazione della coscienza morale vi sono proprio questa lunga dipendenza dai genitori e le vicende del complesso edipico. Egli sosteneva che il bambino cominciasse la sua vita con un Es, fonte di tutti gli impulsi egoistici che richiedono una gratificazione immediata e governato quindi dal principio di piacere. Con il passare del tempo emergevano altre due entità: l’Io, rivolto verso il mondo esterno, che funziona in accordo con il principio di realtà ed è quindi in grado di esercitare il controllo degli impulsi, e il Super Io, che si sviluppa a partire dalle proibizioni dei genitori e consente all’individuo di autoregolarsi tramite meccanismi come quelli relativi al senso di colpa. Il bambino interiorizza il modello parentale propostogli dai genitori facendo propri atteggiamenti, valori, comportamenti e divieti in accordo a tale modello, affinché il Super Io emergente sia in grado di controllare le tendenze dell’Io e svolgere a servizio di questo importanti funzioni circa l’orientamento nei confronti del mondo, l’autosservazione e rassicurazione. Da questa azione critica del Super Io nasce il senso di colpa. È proprio tramite questa differenziazione tra Io e Super Io che Freud spiega come il bambino sia inizialmente privo di morale (dominato dal principio di piacere) e gradualmente strutturi il principio di realtà ed il controllo della carica istintuale. Da quanto detto si riscontra come Freud stimasse gli eventi traumatici artefici di effetti irreversibili sulla personalità in via di sviluppo, senza tenere conto di tutte le altre considerazioni quali, ad esempio, il contesto interpersonale nel quale questi eventi si verificavano. Tale visione contrasta in maniera significativa quella di Erik Erikson (1963), secondo il quale il bambino trae fiducia o sfiducia nei confronti di chi si prende cura di lui, nutrendolo ed accudendolo, e trasferisce tali emozioni negli stadi successivi dello sviluppo, influenzando quindi le modalità del loro superamento. Oltre ad attribuire maggiore importanza alle qualità interpersonali generali piuttosto che alle esperienze specifiche e non considerando le prime esperienze isolatamente, ma inserendole in un contesto più ampio dello sviluppo, Erikson, ritenne le fasi dello sviluppo di Freud poco esaurienti e limitate. Per questo motivo propose un numero maggiore di fasi (otto), in modo da abbracciare l’intera esistenza umana:
- della fiducia o sfiducia di base (1 anno)
- dell’autonomia o vergogna e dubbio (2-3 anni)
- dell’iniziativa o sensi di colpa (3-6 anni)
- dell’operosità o senso di inferiorità (6-7/10-11 anni)
- dell’identità o confusione dei ruoli (adolescenza)
- dell’intimità o isolamento (età adulta)
- della generatività o stagnazione (età adulta)
- dell’integrità dell’io o disperazione (età adulta)
è interessante infatti notare come le prime cinque fasi del modello di Erikson siano sovrapposte a quelle proposte da Freud e le restanti, a differenza di quest’ultimo che individuava l’adolescenza come l’ultima fase dello sviluppo, si protraggono sino all’età adulta. Sono presenti anche ulteriori differenze, tra cui:
- le fasi si imperniano non su di una parte del corpo, ma sul rapporto di ogni persona con l’ambiente sociale.
- La risoluzione di ciascun conflitto evolutivo dipende dall’interazione tra le caratteristiche dell’individuo e il supporto dato dall’ambiente sociale.

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Le teorie psicanalitiche: tra Freud, Erikson e morale Matteo: ciao, sono laureato in Psicologia Clinica e Neuropsicologia. Attualmente vivo e lavoro a Milano. Puoi vedere il mio profilo completo nella pagina "chi siamo" o contattarmi personalmente: Email: matteo.radavelli@yahoo.it Sito personale: www.psicologomonzaebrianza.it

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