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Creato il 23 aprile 2011 da Albertogallo

LIMITLESS (Usa 2011)

locandina limitless

“Hai presente quella storia che usiamo solo il 20 per cento delle potenzialità del nostro cervello? Ecco, con questa pillola potrai usare anche tutto il resto”: è questo, in sintesi, il succo di Limitless. Sintesi davvero estrema, dal momento che la trama di questo action quasi fantascientifico un po’ tamarro e molto adrenalinico è piuttosto elaborata e ricca di personaggi e colpi di scena. Cosa affatto scontata, considerato il fatto che spesso quando un film di genere parte da un pretesto assurdo e interessante poi, come dire, si accontenta, involvendosi e perdendo interesse dopo mezz’ora quando va bene. Neil Burger, invece, pur non avendo certo confezionato un capolavoro, quantomeno ci ha provato, arricchendo la sua opera terza con trovate estetiche e narrative tutt’altro che banali. Regia e fotografia, tanto per cominciare, che rientrano nel solco di quella nuova (si fa per dire) tradizione post-Mtv che tende a considerare i film alla stregua di lunghi videoclip da infarcire con trovate di ogni genere: inquadrature a testa in giù, ralenti, effetti speciali un po’ a casaccio, montaggio strambo (in questo film, in particolare, abbondano gli “sdoppiamenti” di persona), finti piani sequenza… Niente di particolarmente innovativo o geniale, ma Limitless è sicuramente un film che non annoia. Anche perché, come si diceva, la trama è piuttosto incalzante, quasi sfiancante nel suo ininterrotto susseguirsi di euforia/disforia, vittorie e sconfitte, abbandoni e ricongiungimenti, inseguimenti, sparatorie e situazioni estreme.

Tante buone idee e buone intenzioni tenute comunque a freno da due limiti (ehm…) non da poco: 1) Limitless è un film estremamente tamarro, ma di quella tamarria fighetta-altolocata da completo fatto su misura, macchinoni, top model compiacenti e ristoranti di lusso. Logiche conseguenze, nelle piccole menti hollywoodiane, di denaro e successo; 2) non c’è il minimo tentativo di (non dico critica ma) analisi sociale. Eddie Morra, il protagonista del film, in seguito all’assunzione della pillola miracolosa diventa ricco sfondato in tre giorni giocando in borsa, cosa che lo proietta di peso nel mondo dell’alta (e corrotta) finanza newyorkese. Ebbene, nel film tutto ciò scivola con una naturalezza avvilente, come se si trattasse della cosa più naturale del mondo e come se il mondo stesso non avesse, in questi ultimi anni, sperimentato sulla sua pelle i tragici svantaggi di un simile sistema.

C’è poi, in ultima analisi, un interessante (e forse involontario) discorso metacinematografico: all’inizio del film assistiamo alla squallida esistenza di Eddie, aspirante scrittore triste e disoccupato con un passato da tossicodipendente, un divorzio alle spalle e una fidanzata in carriera che lo molla brutalmente in un bar. Poi questo povero antieroe grassoccio e trasandato incontra per caso il suo ex cognato, il quale, forse impietosito, gli fornisce una dose della pasticca miracolosa, proiettandolo in un mondo nuovo di ambizione e successo. Cosa fa Eddie a quel punto? Si compra dei vestiti nuovi, si iscrive in palestra, si taglia i capelli, alza la testa un tempo piena di vergogna e.. ta daaa!… si trasforma in Bradley Cooper, il protagonista del film, attore bello e milionario che forseviricorderetedime per successi al botteghino come Una notte da leoni e i miei flirt con varie dive di Hollywood: la versione impasticcata di Eddie Morra non è altro che la nostra proiezione inconscia di un impossibile desiderio di successo, fama e bellezza. Sic transit gloria mundi!

Alberto Gallo



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