Lonely Heart Show – What Lies Around the Bend

Da Fabriziofb

Almost over,
it’s been good together,
summer’s over,
hope you’ll write a letter…

Succede. Non si può dire che succeda spesso, ma a volte succede: te ne stai lì, seduto al pc -triste e stanco o solo mortalmente annoiato- e all’improvviso decidi che hai bisogno di qualcosa di nuovo. Musica. Magari hai consumato l’intera collezione di cd, o magari è solo un capriccio. Quel che importa è che incominci a cercare nel modo in cui cerca chi se ne va in giro vantando gusti sopraffini e un debole per le band poco conosciute: salti a piè pari la stampa ufficiale e vai dritto dritto su Pitchfork; poi, stressato dalla quantità improba di band proposte e dalla palese impossibilità di trovare al primo colpo quello che stai cercando, ripieghi sulla solita mossa suicida e cominci a cercare su google. In genere finisce molto male, e ti ritrovi ad ascoltare dei pallidi imitatori dei gruppi che ami. Ma a volte le cose vanno diversamente.

Succede.

A me è successo.

Almeno una volta.

Era il 2010, e i Lonely Heart Show (allora un collettivo musicale composto da talentuosi performers canadesi radunati intorno all’eclettico Cris Fehr, cantautore e polistrumentista) avevano appena pubblicato il loro primo album, Hope in shadows (qui la recensione apparsa su queste pagine nel settembre 2010). 

Ho infilato nel campo di ricerca di google un’interminabile stringa di testo: un collage di nomi, che andavano da Richard Hawley a Mark Lanegan, dai Tindersticks ai National, e così via fino a Scott Walker e Lee Hazelwood, ho premuto il tasto “mi sento fortunato” e sono finito qui: http://thelonelyheartshow.com/ . O forse qui: https://myspace.com/thelonelyheartshow, non saprei dirlo. Ma non importa.

Ho recuperato l’album, e mi ci è voluto un attimo a innamorarmi del sound dei LHS.

Forse è stato per via della meravigliosa voce baritonale di Cris Fehr, o per il suo raffinato songwriting; forse è stato per via della qualità evocativa e cinematografica della musica e dei suoi arrangiamenti pieni ma minimal.

O forse è stato il modo in cui Hope in shadows si inseriva in una fitta rete di somiglianze di famiglia con molti dei miei album preferiti dell’epoca, pur restando strettamente personale, originale.

Sia quel che sia, per i tre anni seguenti, il cd ha girato e rigirato nel mio stereo fin quasi a consumarsi, e senza mai arrivare ad annoiarmi.

Tre anni. Così arriviamo al 2013 e all’oggetto di questa recensione, What lies around the bend, secondo album di Lonely Heart Show, in uscita in questi giorni per Passenger2 Records.

Che dire di un album come What lies around the bend?

Non so proprio da che parte cominciare: i Lonely Heart Show ne hanno fatta, di strada… non che siano migliorati in maniera incredibile (per quanto mi riguarda non avrebbero potuto, perché la loro formula originale era già perfetta); no, da un punto di vista qualitativo, il secondo album resta al livello del primo, ma in questi tre anni la band ha sperimentato un po’ di tutto.

Tanto per cominciare, non sono più un collettivo ma un duo: Cris Fehr (autore, cantante, arrangiatore, polistrumentista) ed Ellie Chang (backing vocals).

Poi il vecchio sound analogico appena impreziosito da un accenno di synth ha ceduto il passo a sonorità elettroniche semplici ma ben costruite e mai banali.

La musica non è più scura e cupa com’era nel primo lavoro; è decisamente più leggera, persino più veloce (il che, inutile dirlo, non implica che sia allegra…) e le progressioni si sono fatte più originali, imprevedibili (si veda, per es. Where’s the sunshine).

Anche il repertorio di immagini in uso è cambiato: le vecchie strade polverose (Dusty roads and Broken Hearts) si sono fatte sabbiose; là fuori brilla un sole tiepido, e le ambientazioni desertiche, che un tempo la facevano da padrone, hanno lasciato spazio a un fiorire di metafore marine e marinare (effetto della vita in una piccola città portuale affacciata sul Golfo Persico, afferma l’autore, canadese stabilitosi a Dubai per motivi professionali).

Le canzoni trattano ancora di solitudini e lontananze, ma lo fanno in una maniera del tutto diversa.
I pezzi sono quattordici per un ora di musica o poco meno.

E sui singoli pezzi ci sarebbe un bel po’ da dire: da Summer’s over, racconto dolce-amaro di un’estate finita, che si apre con un impasto di voce e synth evocativo in una maniera quasi inspiegabile, a Head to shore, impreziosita dai meravigliosi cori di Ellie Chang; da Where’s the sunshine, che si apre ancora sulla voce di Chang per scivolare con una serie di impercettibili spostamenti verso un inatteso assolo arabeggiante, a The Wandering, con il suo irresistibile romanticismo. Da Silent sea, col suo repentino cambio in maggiore, all’indescrivibile A new beginning, e via così fino alla conclusiva Shipwreck reprise con il suo suono programmaticamente lontano, attutito, quasi portato dal vento. E questo per citare solo qualche esempio.

Ma analizzare pezzo per pezzo non sarebbe corretto: c’è il rischio di rovinare la sorpresa agli ascoltatori. Sì, perché se c’è una parola, una sola, adatta a descrivere questo nuovo album dei Lonely Heart Show, be’, quella parola è “sorprendente”. Perché i vecchi punti di riferimento -da Lanegan ai National, a Hawley – sono tutti lì, e si sentono, ma sono riletti in una maniera talmente personale da risultare quasi irriconoscibili. Perché l’originale poetica di Fehr ha preso una direzione del tutto inattesa, e oggi pare ancora più onesta, meno manierata.
Perché la vecchia malinconia permane, persa fra le righe di brani spesso falsamente leggeri.

E perché, nonostante tutti i cambiamenti, il potenziale evocativo e la qualità atmosferica e cinematografica (proprio per sottolineare questo aspetto, il duo ha intenzione di rilasciare un nuovo video ogni mese; per ora, su youtube ci si può godere quello dell’ottimo singolo Summer’s Over, che accompagna l’uscita dell’album) sono rimasti inalterati…

Insomma, nessuno può dire “che cosa ci aspetta dietro l’angolo”, ma nel caso specifico, se girate l’angolo che vi sto indicando, sono convinto che la sorpresa vi piacerà.


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