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Lorenzo Viani, Il vero Pascoli

Da Paolorossi

Sono ritornato a Barga oggi, pomeriggio affocato. Nella canicola par vibri anche il mare di pietra scolpito nella formella che è sopra la porta, e la barca, stemma della città, tombi le vele. […]

Barga - Duomo  - Foto tratta da

Barga – Duomo – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Le strade ripide e strette sono fresche come cisterne. Il Pian Grande è traforato dalle cicale alacri. Il Duomo, che il podestà, Morando Stefani, sta audacemente scattivando, è smontato: pezzi d’architrave, di mensole fiorite, di capitelli, di bifore, sono sparpagliati sull’Arengo. Il cielo vi è sopra come un gigantesco calice capovolto: se l’infinitamente grande potesse essere apparagonato all’infinitamente piccolo, il Duomo sembra un orologio sul tavolo verde di un orologiaio e il cielo il bicchiere smanicato. Di quassù la immobilità della rada gente che frescheggia sotto i portichetti, di contro alla Pania grande e forte, dà l’immagine pietrificata del telescopio. […]

Barga - Un vicolo visto da via Pretorio  - Foto tratta da

Barga – Un vicolo visto da via Pretorio – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

La nostra mèta è Castelvecchio. Mariù ci aprirà la porta di casa amorevolmente. Dopo il lieve ondeggiare del Pian Grande tentiamo la salita per la redola sassosa. Per rigirare la macchina dobbiamo portarla sulla piazzola ove chiocciola la «Fonte di Castelvecchio». Tutto il paese ci ha dato una mano per infilare entro un portichetto angusto, gli infermi ci davano consigli.

I miei compagni sono tre giovani medici: Ferrari, Maino e Maragliano. Il nome dell’ultimo trova risonanza anche in questa valle per la magìa paterna. Mentre ci risciacquiamo e beviamo alla polla, le donne vanno e vengono bilanciando sul capo la secchia di rame, vestite di nero, fan saltellare l’anche sul tronco scarno, rigido come un tagliere, il capo vi è sopra chiavardato. Dalla selva scendono gli uomini con la crinella di salice colma di fogliame per il letto delle bestie. Una ragazza ci offre un asciuttamano di bucato coi peneri, cifrato di rosso, lindo come una tovaglietta d’altare. Io, montagnolo d’origine, sento asciugandomi, odor di telaio, di bozzima, di spigo. La nuova del nostro arrivo è corsa per le corti; di qua e di là sbucano gl’infermi: un vecchio sciancato arranca poggiato a un vernacchio di castagno, una fanciulla tutta soppesata sulle grucce, con le gambe cionche, fa forza di spalle per salire, cricchiolando ossa e grucce, uno ha un impalpo sulla fronte che lo acceca. È un frammento dell’Orgagna che si stacca dai muri delle case:

O morte medicina d’ogni pena
vieni….

Il vecchio sciancato interroga il primo della comitiva, poi il secondo, il terzo: cerca Maragliano. Si stupisce ch’egli sia così giovane, lo squadra da capo a piedi malfidato. Maragliano scruta l’infermo di sotto una cuffaia di capelli abbaruffati. Il vecchio asserisce d’esser tormentato da una «vena secca». I tre giovani sussurrano, come congiurati: morbo di Reynold.
– Cosa? – Chiede insospettito il vecchio.

Come tutta la gente di qua, l’infermo è eloquente, parla degli effetti del Jodone, del Joduro e della Elastina.
– Conosce anche la Elastina, – si sussurra. Poi più forte: – Conoscete anche la Elastina?

La faccenda minaccia di farsi seria. In ultimo, dopo aver sviscerato tante specialità, si è ricorsi al sole che par sia, come la morte, medicina di ogni pena.
– Provate un po’ a metterla al sole.

Entriamo sull’aia della Casa: una facciata di cielo, una porta con su una crocetta, delle edere abbarbicate. Il pensiero da questo insieme è condotto verso la «Madonna dell’acqua». Tra il verde dei clivi esce sinuosa la via bianca che il poeta sognava fare un giorno tra uno stanco suon di campane. Barga è ora dirimpetto; il campanile ha le bifore celesti.

La tomba del poeta è sotto una volta: un sarcofago di marmo su cui ramificano alcune rose, un nido d’uccelli è nell’intrico.

Mariù aspetta con dolce rassegnazione nella penombra del salotto; un colpo di luce le avvampa la testa, accende gli occhi chiari e tutto entra in sotto tono crepuscolare. Rapida la figlia del Zi Meo; grigia, archi dei cigli neri, occhi smaltati, avviva i bicchieri: «Flos Vineae Johannis Pascoli», un vinello razzente e mussante ribolle nei bicchieri capaci.

Di sopra nello studio è un tavolo, uno scrittoio all’antica: alcune noci nel mallo incuoiato son dentro un piattino; erano il trastullo del poeta quando volava. I lauri che s’affoltano alle finestre danno di verde su tutti i banchi; uno scaffale vetrato contiene i libri di Bologna, gli altri sono come li ha lasciati il poeta.

Qui provo la consolazione di essere riconosciuto da Mariù. Malgrado un lieve cenno della mano, che aveva della carezza e del monito e ch’ella abbia sussurrato la parola «un giornalista», è stata molto espansiva e cordiale: mi sono accorto che Mariù è molto vigile, sa tutto quel che si scrive e si dice su Giovannino. Ella, dopo aver ricorso mentalmente molte pagine scritte sul poeta, ha uno scatto romagnolo che la ringiovanisce: «Bugie! Bugie! Bugie!».

Tanto s’è scritto sul Pascoli uomo che si sono imbrogliate le lingue come a Babele. Del «Poeta» hanno, parlato. Serra, Cecchi, Borgese, Pietrobono, Croce, ecc.; essi però si sono misurati nella fatica d’indagare il perchè dei perchè, ma quel che fa ribollire Mariù è la cronaca minuta, la plastica dell’uomo Pascoli.

Parlo a orecchio: profilando un poeta uomo normalmente si fa della cronaca minuta, si cammina cioè sull’orlo delle muraglie come i sonnambuli che pericolano sempre ma non precipitano mai. Tutti si propongono d’essere fedeli: c’è la fedeltà maliziosa, poi subito viene lo scrittore che plasma a sua immagine e somiglianza, in tutti noi è un atomo d’Iddio, in ultimo viene la bugia coi capelli serpigni e l’ugna di gatto.
– Bugie! Bugie! Bugie!
– O perchè non scrive lei la vita di Giovannino? Avremmo così il vero Pascoli.

Ho potuto comprendere che Mariù è già con la scrittura alla «Stazione» di Livorno che è la quarta del Calvario sul quale folgorava la gloria d’Iddio: Bologna. Sette anni di purgatorio son lunghi, quindi non affermerò che Pascoli bramasse d’entrare in gloria.

Un giorno del 1903, in Pisa, io insieme con un amico addentrato nelle lettere s’entrò «dal Garzella», un’osteria popolare, e ci si sedette a un tavolo: a uno più in là era seduto un bell’uomo dal viso giovevole, camicia floscia, fiocco nero volante, vestito comodo, il quale, mangiando, inseguiva con gli occhi delle chimere.
– Quello lì è Pascoli – mi disse piano l’amico.

Ho riveduto oggi, in questo santuario, il ritratto di quell’uomo ravvolto in cappa magna. Accanto a questa fotografia di grande dignità ce n’è un’altra di lui che ha poggiato il gomito nel cavo di un albero con la camicia slacciata, il fiocco sciolto, mezzo toscano tra le dita e sorride al mondo: questo mi pare il vero Pascoli.

Tutto qui lo conferma. Passiamo in una saletta: sopra una parete è un usciolo simile a quello che i contadini mettono sul cavo del muro ove ripongono la «libbretta» dell’olio: Tutus inest thesaurus.

Habet sua tela. Cave fur, vi è scritto sopra. Apro, al di là di un vetro traffica un bugno di api e ho l’illusione che travaglino sotto una spera d’acqua tersa; è il medesimo che apparve sui rottami il giorno in cui il poeta fece rassettare la casa divenuta sua e lo volle sacra.

Mariù ci ammette anche alla visita della camera dove riposò il poeta, alla cella potremmo ben dire, tanto è piccola e raccolta. Fatto l’occhio alla penombra, si scorge appeso al muro un astuccio di cuoio ove sembra sia custodita una pipa enorme. Apprendo che dentro invece vi è un fucile che, dopo aver sparato una volta sola a un uccellino, sparò soltanto il sabato santo a gloria del Signore risorto.

Nel giardino v’è Tigro, un cane lupo slegato, senza museruola, che abbaia, guattisce, latra. Mariù ci conduce anche nel giardino. Tigro salta, s’avventa nel vialetto, ritorna ansimante a lingua fuori, s’arribiscia sull’erba, fa ponte del capo e scatta sulle quattro zampe, lecca le mani degli ospiti, dà la zampa, scodinzola. Sotto un folto di lauri, d’orbaco, di mortella, di corbezzi e di cipressi è sepolto

Guly: una colonnina toscana antica ne tramanda il ricordo.

Il bastione delle Apuane, a cagione che il sole è calato verso il mare; è diventato tutto celeste; nel Monte Forato è infilata una spada d’oro; un arcangelo par nascosto dietro il clipeo della Pania.

È l’ora che scandisce il chiacchierio dell’acqua sui greti e qui sotto c’è la Corsonna e più in là il Serchio. È l’ora dei commiati.

«I castagni forti e pii, che danno i chicchi ai bimbi, i dolci ai poveri, il cibo ai lavoratori, la legna al focolare, il letto alle bestie, le travi alla casa»  arcano immobili con tutto il fogliame le cicale li hanno screziati con un lavorio di traforo sul cielo turchino. Gli uomini legnosi e trasumanati passano curvi sotto la crinella colma d’erbe che esalano profumo di tramonto. Gl’infermi sono ammutoliti sotto l’ombra dei portici. Nei poggi i grilli s’accordano per l’elegia notturna.

C’è silenzio lassù, dov’erra
quel falcetto con qualche stella.
Solo il bimbo strilla da terra
Bianchina Colomba Turella.

Una vaccherella scoscendendo da un greppo sembra scosciarsi. Quelle attruppate sulla strada battono con l’ugna un motivo antico. La macchina cornacchia e dà di benzina sul profumo dei mentastri. Tutto involve uno sfacelo di polvere.

 

(Lorenzo Viani, Il vero Pascoli, racconto tratto da “Il cipresso e la vite” )

 


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