Brevemente.
La regista Yu Li (o Li Yu, chissà) attua una scelta tecnica di rilievo, essa abbandona quasi totalmente ogni variazione di campo in favore di un uso continuo della macchina a mano che segna tutto il girato in costante dialogo “corporale” con gli attori. Lost in Beijing (2007) è un film che fa della dinamicità il proprio carburante, il long take, quanto mai short, ne diventa la concretizzazione.
Per quanto concerne la storia raccontata siamo in presenza di un’intersecazione di generi partendo da situazioni simil-erotiche (l’amplesso sotto la doccia) a parentesi comiche (la gara per essere il papà del bimbo con il boss sugli scudi) fino a squadernare la vera essenza, ovvero quella di un testo inzuppato nel sociale con la rappresentazione scenica di due ceti a confronto, della povertà e del lusso (l’antitesi fra le case delle due coppie), della mancanza e dell’opulenza (chi vende il proprio amore per un po’ di soldi, e chi tenta di comprarlo da una prostituta).
Alla fine il cocktail è digeribile senza però lasciare tracce significative.
Più che altro appare buffo come la Cina abbia maltrattato questo film – censure, tagli, minacce agli autori – il quale non mostra nulla che non possa accadere anche al di fuori di questo paese, come dire, la Cina è veramente vicina.
Molto belle le musiche.