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Luciano Gallino, l’intellettuale multilaterale

Creato il 19 novembre 2015 da Keynesblog @keynesblog

Gallino-150x150di Ugo Marani, Ordinario di Politica Economica, Università di Napoli Federico II

L’ostinato scorrere del tempo ci porta via, dopo Augusto Graziani, un altro straordinario intellettuale: Luciano Gallino. Gli stereotipi dell’ortodossia accademica imporrebbero di etichettarlo come sociologo e, magari, di aggettivarlo come sociologo del lavoro o delle relazioni industriali. Non compiremo un simile sgarbo; Gallino era uno studioso compiuto di scienze sociali che, specie nell’ultimo quindicennio, effettuava incursioni in tematiche che il rispetto di convenzioni specialistiche avrebbe dovuto inibire.
Ma, scriveva un dotto, tra il passato e il presente c’è ben altro che una semplice differenza di grado: e il passato di Luciano Gallino era stato l’Olivetti di Ivrea, quella splendida fucina di intellettuali atipici e poco conformistici, come Claudio Napoleoni che in quelle stanze redigeva un ancora insuperato Dizionario di Economia Politica.

Di quella palestra Gallino pervicacemente ereditava, senza che l’accademia italiana riuscisse a scalfirli, due elementi distintivi: l’unitarietà interpretativa dei fenomeni sociali e la dimensione “politica” dell’attività cognitiva. Caratteristiche entrambe che scientismi acritici tenderebbero a rigettare. E proprio da questo “peccato originale” nascevano, in una personalità che sapeva coniugare intransigenza sabauda e solidarietà olivettiana, indagini memorabili su tematiche apparentemente dissimili. Ne citeremo alcune: il declino produttivo della struttura industriale italiana; la finanziarizzazione della società occidentale contemporanea, si badi bene non della sola economia; l’esplodere della inattività e dell’esclusione giovanile. Tre tematiche queste le cui ricerche confluirebbero, a dirla con il freddo linguaggio accademico, in settori scientifici disciplinari del tutto avulsi.

Ma per Gallino il principio di specializzazione relativa non costituiva un beneficio cognitivo, quanto, piuttosto, un handicap. Se uno scienziato sociale, tout court, intravede delle connessioni e dei nessi causali è doveroso che egli indaghi oltre i confini del proprio “settore disciplinare”, quali che siano gli anatemi conformistici. Se, violentando e semplificando il suo pensiero, è corretto ipotizzare che la struttura produttiva di un paese decada per il disinteresse della politica economica e per la scarsa lungimiranza di un ceto imprenditoriale sempre più asfittico e collegato, come un gemello siamese, al mondo della finanza e dei derivati, è inevitabile che i giovani escano dal mondo del lavoro e ingrossino le fila dell’emarginazione sociale. Troppi sconfinamenti di campo si direbbe oggi; ma era proprio quanto Schumpeter e Weber sollecitavano. Da oggi l’eresia avrà, ahimè, un corifèo in meno.


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