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Ludwig Wittgenstein e il gioco delle crittografie: assenze

Creato il 21 giugno 2010 da Stampalternativa

I segni dell'inganno di Caterina MarroneAlcuni studiosi di Ludwig Wittgenstein (1889-1951), leggendo e interpretando le Ricerche filosofiche (1953) e altri scritti dell’autore, hanno notato una particolarità singolare: quella che riguarda la mancanza, dal suo vocabolario, di termini di cui il suo secolo aveva fatto grande uso in filosofia. Wittgenstein non si servì di parole come “sociale”, “società”, oppure come “storia”, che avrebbero ben potuto appartenere in determinate occasioni argomentative al suo pensiero: si pensi alla fraseologia inerente al “gioco linguistico”, nozione paradigmatica della sua filosofia, in cui, infatti, non compaiono mai termini come “sociale”, “societario” o “società”; eppure il gioco linguistico non può che realizzarsi tra la gente, nel luogo del pubblico, non può vivere che tra le persone, nelle relazioni tra individui, nella collettività “sociale” per l’appunto.

Ma tali vocaboli sono assenti. E così in altri casi e con altre parole. Chiedersi del perché di queste omissioni è una legittima curiosità: se si può avanzare, nel caso del termine “storia”, un’ipotesi della sua mancanza, soprattutto nell’ambito delle Ricerche – per altri scritti di tipo logico è, naturalmente, ovvio che la parola non ci sia –, potrebbe essere nel fatto che Wittgenstein si stava rivolgendo, in queste sue riflessioni, al dominio della prassi, al fare, al dire come azione e dunque, a quella zona in cui il parlante agisce e si muove, in quello spazio dove ogni atto verbale che avviene si produce, si realizza sempre nella dimensione della sincronia, nel contesto della contemporaneità.

Infatti anche se persona colta, l’attore di un discorso, mentre parla o svolge e determina un’azione verbale, non ha memoria di quanto, nel passato, è successo alle parole che sta adoperando: se si chiede a qualcuno «Che cosa è questo?», il fatto che la parola “cosa” derivi dal latino causa non è di nessun vantaggio, non è di nessuna importanza nello scambio comunicativo, non ha attinenza in tale pratica.
Ogni parola non detta ha certo molte e più ragioni per essere taciuta dal filosofo viennese il quale probabilmente riteneva che alcuni termini fossero troppo logori, o compromessi al punto da poter falsare in qualche modo il filo del suo ragionamento. A una medesima sospensione verbale può essere ascritto anche un altro vocabolo che appartiene invece a una tecnica antica e specialistica con la quale, chissà, il giovane Ludwig avrebbe potuto aver a che fare nei suoi anni di guerra e non solo: si tratta del termine “crittografia” o scrittura in codice. Del resto una traccia di riferimento a tali scritture si può trovare in passi come quello in cui Wittgenstein, esemplificando un suo concetto con l’immaginare una situazione di scambio di lettere tra due persone, usa la parola “cifrario” che è sinonimo di crittografia:

Naturalmente, ammetto che, senza una previa stipulazione di un cifrario, produrrei un fraintendimento, se indicando il punto A, dicessi che si chiama ‘B’».

Questo sarebbe il mio dizionario, con il quale traduco la proposizione bdca in fhge», trasformazione che risponderebbe alla regola crittografica: “Scrivi ogni a come e, ogni b come f, e così a seguire”. Ma al di là della sua menzione terminologica, l’esistenza della nozione stessa di crittografia è senza dubbio presente alla mente del filosofo perché evocata dagli insistenti e innumerevoli esempi di tabelle di alfabeti e di colori che rammentano continui modelli per derivare, tradurre, trasformare e sostituire caratteri e lettere o numeri proprio come fa la crittografia.


I segni dell’inganno - Semiotica della crittografia di Caterina Marrone
Collana Scritture
200 pagine
ISBN: 978-88-6222-132-0


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