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Lumache e trippa al sugo, la mia ex parte selvaggia

Da Annasimone @ecospiragli
Da piccola ero una selvaggia. Lumache e trippa al sugo erano i miei piatti preferiti. A pensarci ora mi viene il voltastomaco. Niente avevo in comune con Cosimo, personaggio del romanzo Il barone rampante di Calvino, che un giorno decide di venir meno a tutte le etichette e a tutti gli obblighi compreso quello di dover mangiare le lumache cucinate dalla sadica sorella. “Ho detto che non voglio e non voglio!- e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disobbedienza più grave”. lumache al sugo Al contrario io le mangiamo eccome. La cosa grave è che sapevo benissimo da dove venivano. Durante i tramonti e le notti umide andavo con tutta la famiglia a cercare lumache sui muretti a secco o sul ciglio della strada delle vie di campagna. Per noi piccoli era divertente. E divertente era anche vederle cucinare. C’è tutto un procedimento, raccapricciante davvero. Vanno tenute qualche giorno in un recipiente con dei minuscoli fori che permettono all’ossigeno di passare e o loro di non scappare. Ma se qualcuna riusciva a fuggire la prendevamo e la rimettevano nel recipiente. Anche la trippa mi piaceva, ricordo che mia nonna Maria cucinava spesso questi piatti per farmi mangiare, perché non ero di buon appetito e i pasti diventavano un vero stress per i grandi. Crescendo sono migliorata, e di sicuro ora neanche se mi pagassero mangerei delle povere lumachine indifese, men che meno della trippa. Quanta crudeltà in alcune pietanze. Anna Simone

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