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Ma che bella democrazia

Creato il 29 gennaio 2013 da Conflittiestrategie
  • Il concetto di democrazia è ormai una discarica ideologica dove vengono accatastate maliziose interpretazioni e pessime intenzioni. In nome di questa si commettono abusi e soprusi di ogni sorta, in campo internazionale e in ambito nazionale. La democrazia, oltre che un inganno ai danni degli strati non decisori della collettività, è diventata un prodotto esportabile all’estero (nei cosiddetti Stati canaglia), al di fuori delle normali logiche mercantili, tanto che il prezzo lo fissa sempre l’offerta a suon di bombe ed invasioni di “civiltà”. La democrazia vuole essere la moglie di tutti e quando si dà a qualcuno, vestita di fosforo bianco, non accetta opposizioni. La sposa che ti fa cadavere.
    La responsabilità del degradamento, fino allo svuotamento, del termine democrazia non sta nella categoria in sé, la quale ha svolto una funzione propulsiva in determinate epoche, piuttosto, sta nel senso storico che essa ha assunto hic et nunc, sospinta dalle condotte dei gruppi dominanti, egemonizzati dal modello americano, a livello politico ed economico. Tuttavia, occorre leggere le cose per come realmente sono, non per come sono state in un tempo tramontato o come ci piacerebbe che fossero in futuro. Al cospetto di una mutazione genetica secolare ed irreversibile, non serve a nulla ripercorrere a ritroso il cammino della suddetta nozione per tentare di ripristinare il suo primigenio ed incorrotto significato, semmai è esistito. Essa non sarà riportata in vita dall’archeologia filosofica e letteraria dei saggi in cerca di seggi o di cattedre universitarie ed, anzi, tale operazione potrebbe finire per dare una mano agli adulatori del popolo contro il popolo, i quali continueranno a legittimarsi grazie alle astrazioni romantiche dei sapienti che stridono con le prosaiche azioni dei prepotenti.
    Per questo motivo si può ben sostenere che la democrazia è il miglior involucro della dittatura capitalistica, la quale, attraverso una partecipazione fittizia ed inessenziale della società civile alle decisioni istituzionali (preventivamente selezionate e, per ciò stesso, disattivate della loro eventuale carica critica), ritualizzata negli eventi elettorali a cadenze prefissate, ottiene il plebiscito dei cittadini a garanzia di istanze preordinate sulle quali la gente ha soltanto, apparentemente, voce in capitolo. Lo chiamiamo plebiscito perché non esiste una vera alternativa tra i partiti in corsa, soprattutto in quei contesti dove il potere costituito ha abdicato alla sua sovranità nazionale. Infatti, chiunque esca vincitore dal confronto nelle urne non metterà mai in questione, per debolezza intrinseca ed adesione acritica allo statu quo, prescrizioni e diktat esterni, provenienti dagli organismi mondiali, politici e finanziari.
    Quando questi signori dicono che terranno fede agli impegni assunti con le principali cancellerie straniere, con l’UE, il FMI, i mercati, ecc. ecc., anche se questi obblighi rappresentano una ipoteca inestinguibile sugli sventurati destini dei connazionali, avete finalmente presente il valore del vostro voto. La sua utilità è, dunque, meno di niente. La cosa paradossale è che qualcuno richiama alla preferenza utile (evidentemente per se stesso) rivolgendo appelli a non disperdere i suffragi verso le formazioni minori. A che titolo? Per monopolizzare cariche e posti in parlamento, al fine di muovere la testa a comando e ribadire al volgo che non si può fare diversamente, perché ce lo chiede l’Europa o chi per lei.
    D’altro canto però, non è meno truffaldino affermare di poter far scaturire, come asseriscono molti predicatori odierni che furoreggiano tra i giovani arrabbiati e disabituati al ragionamento politico, tutte le decisioni generali dal basso, con un clic del mouse; non è meno illusorio propagandare di poter allargare il processo decisionale alla cittadinanza intera coinvolgendolo ciascun individuo in tutti i settori dell’esistenza associata, senza la necessità di delega (e guida) a gruppi dirigenti preparati. Chi afferma ciò è già il terminale carismatico di un drappello di uomini che hanno elaborato una strategia di affermazione sociale, poco contendibile, da far metabolizzare ai simpatizzanti urlatori. Lo hanno fatto a guisa di escatologi in grembiulino con l’incinazione ad operare nell’oscurità per l’oscurità. Il loro seguito di prescelti crede di essere protagonista del grande cambiamento, di un nuovo orizonte che nascerebbe dalle viscere della rivelazione civica, da una partecipazione paritetica e sincera di tutti i componenti al progetto, mentre sono appena gli zelanti esecutori di visioni, non sempre sane e brillanti, che qualcuno ha instillato nella loro testa. Tali movimenti, quanto meno sono aperti e liberi nella forma organizzativa e decisionale,  tanto più abbisognano di ricorrere alla retorica valoriale e morale, di tipo biblico, per tenere unito il fronte. A questo ci pensa l’ineffabile Capo che si descrive come un primus inter pares, contro ogni evidenza. Una volta “apostolizzati” gli aderenti tutto dovrebbe filare, poiché i discepoli non discutono la parola del Signore, anche se si tratta di un signore qualsiasi, ma, al più, la interpretano e la conducono in giro per fare altri proseliti.
    La citazione di Gramsci che riporto sotto dovrebbe schiarire meglio le opinioni sui tipi umani di cui abbiamo discusso: dai ricettatori di voti utili nelle democrazie inutili, ai fantomatici uomini della responsabilità pubblica che sono degli irresponsabili nazionali, dalle élite per decreto presidenziale ai giullari moralizzatori che accendono la democrazia con un tasto del computer. In ogni caso, il risultato è uno spossessamento generale degli italiani che non sono più padroni della vita statale, svenduta a predoni stranieri e saccheggiatori autoctoni, elezione dopo elezione. Questa è la nostra bella democrazia espressa col voto. Infatti, come diceva Twain, se fosse utile votare non ce lo lascerebbero fare.
    “Le idee e le opinioni non «nascono» spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica d’attualità. La numerazione dei «voti» è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che «dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze» (quando lo sono). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi «nazionali» che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. «Disgraziatamente» ognuno è portato a confondere il proprio «particulare» con l’interesse nazionale e quindi a trovare «orribile» ecc. che sia la «legge del numero» a decidere; è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi «ha molto» intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo «qualunque» anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale”. (Antonio Gramsci)

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