Maria Marchesi - Non sono più mia, nota di Rita Pacilio

Da Ellisse

Maria Marchesi  - Non sono più mia –  Edizioni WhiteflyPress, 2014 (The Raven – collana di poesia)

La verità è una bestia feroce

L’inconscio emerge come un ardito controcanto alla lucidità tagliente e dissacrante dei muri della realtà in cui è reclusa. Mente e psiche si susseguono in forma ambivalente e contraddittoria, ma pur sempre con una forza eversiva straordinaria capace di aprire la visione a forme del quotidiano, imbrogliate e inaspettate, inquietanti e feroci. Marchesi rompe gli argini della stereotipia rassicurante della casa di cura e ne denuncia, attraverso le descrizioni di azioni comportamentali, che si moltiplicano nei luoghi di accoglimento del disagio mentale, l’incongrua comunicazione, il sopruso ripetuto. Eppure c’è chi ci legittima a pensare che il genio creativo è il compagno fedele di stanza da cui parte l’equivoco dell’invenzione/percezione dei fatti. Il linguaggio poetico, è vero, può essere inteso come la contrattazione comunicativa tra ciò che si sente e ciò che si dice auto-regolando e, allo stesso tempo, etero-regolando la comprensione tra l’interiore e l’esteriore. L’autrice borderline determina il suo ragionamento emotivo analizzando, generalizzando e poi codificando ogni sua sensazione/impressione: dà un nome alle cose e alle esperienze, ogni immagine viene ordinata e tradotta in un sostantivo o in un aggettivo che urla il problema delle donne degenti usate per il piacere sessuale. La voce si trasforma in foglio scritto in cui il teatro probante è destinato a restituire il contenuto sintattico e figurato della violenza fisica e mentale consumata tra i vincoli architettonici di un Istituto psichiatrico. Per assurdo il senso del linguaggio connotativo si trasforma in significato denotativo, infatti le atmosfere impalpabili vengono strutturate attraverso l’operazione accuratissima di un resoconto materico assolutamente personale, dichiarato e non impersonale. Il costante disagio psichico diverge sempre più in un fenomeno drammaticamente schizofrenico che tenta di acquisire gli stimoli dolorosi e mortificanti in modo naturale, logico e ordinato perché la mente creativa scava dall’interno sapendo condurre un’indagine a freddo divaricando lo sdegno degli episodi del vero. Questa è la strada pericolosa, quella che rievoca la ribellione contro la coercizione, contro la nerezza del male inferto. Il lucido sarcasmo pensante di Maria Marchesi risulta invettiva contro la realtà esterna che duole e sa manipolare mente/corpo (Ti darò la morfina se non cedi) anche se, nonostante tutto, la donna violata è in grado di riconoscere il bello delle cose (… un davanzale/ con un vaso fiorito, con tre rose profumate./ Il profumo è di tutti). Studiosi ritengono che alcune patologie mentali legate alla depressione siano reazioni emotive normali perché aiutano l’individuo ad adattarsi a situazioni mutate quindi a ritrovare il senso smarrito. Si ispira e si incarna in una coscienza arresa, rassegnata: si osserva nei giorni bianchi (bianco è il colore che dichiara di vedere) individuandosi ‘sovvertimento della sovversione’. Come è possibile, però, non sentirsi vittima quando si è impotenti di fronte alla sopraffazione e alla violenza? Come si può accontentare il bisogno di dispiegare la propria autentica personalità quando si è senza via d’uscita? Per Deleuze la grande battaglia è quella di dimostrareche non c'è alcuna opposizione tra le parole e le cose, tra i segni e le cose, per questo Maria Marchesi oscilla tra lo stato di salute e il suo altro frequentando la scrittura poetica come atto di lotta ostinata ed esagerata e non come luogo di fallimento o di sconfitta. La poesia,unica complice di Marchesi, (sono amica/ dei poeti) conserva un universo di segnali capaci di capovolgere il modus di agire prevaricante nei confronti del debole. La drammaticità di questa raccolta ci porta a smascherare paradigmi sociali, spesso retaggio di una cultura perbenistica, che non vuole guardare il coltello dalla parte della lama. Marchesi se ne appropria sacrificando il moralismo da quattro soldi: scrive senza compromessi della sua infelice e tragica permanenza in un ospedale per malati di mente. Diventa lei stessa la metafora per eccellenza, sangue sacrificale o bastone per colpire i covi di vipere vestiti di bianco che celano il disumano, il deviante. I mondi paralleli si incrociano, si sfidano e nonostante l’autrice si difende con la spada in pugno/ ben affilata la storia del maschio prevaricatore si ripete, in modo feroce, accanito, senza scampo. (rita pacilio)


*KATIA

Come facesse Katia ad avere sempre

una buona provvista di liquori

è un mistero. C’erano controlli e non era facile

poi conservare niente, gli infermieri

sembravano secondini.

Me ne dava a volontà e io tracannavo

e quando ero dentro l’ebbrezza ecco lei

a palparmi, a stringermi i seni,

a baciarmi la fica, a frugarmi dentro

come se stesse leccando un gelato che può

sciogliersi da un momento all’altro.

Come Katia facesse ad avere i liquori

è un mistero. Mi lasciavo prendere perché i liquori

erano una via d’uscita, momentanea, certo,

molto provvisoria. Ma sapeste come mi serviva,

come mi dava finestre all’anima,

come creava balconi sul mare, terrazze sui monti, sui prati,

e quanti scrosci di cascate organizzava.

In fondo a lei bastava poco e qualche volta

ho perfino goduto della sua lingua viperina.

*PROIBIZIONI

Non ho mai potuto possedere un giradischi

per ascoltare la mia musica preferita.

Peti e rutti hanno sopravanzato lo spazio

che mi era concesso. Gli ardori nel cassetto,

o posati sotto il cuscino, accucciati

nel lavandino.

Eppure per molte notti

ho sognato Scriabin, le sue sinfonie

che sanno di masturbazione.

Non ho mai potuto possedere una finestra

tutta per me, un davanzale

con un vaso fiorito, con tre rose profumate.

Il profumo è di tutti.

Non ho mai potuto avere

tutto per me un minuto

per mettermi un cappio alla gola

o tagliarmi le vene.

Sorvegliata a vista.

Mi dicono che nei lager

i sogni potevano circolare

soavemente, anche se in silenzio.

Colpa della stupidità dei sorveglianti?

Maria Marchesi :  Poetessa, scrittrice veneta. Premio Viareggio 2004, L'occhio dell'ala (Lepisma 2003).

« La poetessa fantasma quel riconoscimento lo merita tutto. Il seguito, bene o male, lo si conosce. Una piog­gia di recensioni, articoli, studi. Scrittori, poe­ti e critici “del giro che conta” l’hanno letta ed elogiata, ma è stato come gettarle un osso per inco­raggiarla a continuare a sfornare manicaretti, senza però mai invitarla a sedersi alla loro tavola. Omertà letteraria collettiva? Paura di essere scalzati dal podio autoreferenziale? “ Vorrei però essere letta per la mia poesia e non per le vicende della mia vita” (L’occhio dell’ala, Premessa dell’autrice). … Maria Marchesi è morta. Da quasi tre anni (gennaio 2012), morta e sepolta a Roma, mi si dice. Solo che all’Ufficio Decessi non risulta, da nessuna parte, in nessun loculo, in nessun vaso di terracotta della capitale. Ah, avrebbero riportato le sue ceneri in Friuli? Perché, stando a quanto riportato nella sua prima raccolta edita, Maria sarebbe nata in Veneto da padre friulano e madre lombarda. Da qualche parte ho annotato una data di nascita. 1925, agosto. Dove, non si sa … Maria Marchesi poetessa nascosta, Maria Marchesi pseudonimo, Maria Marchesi identità rubata. Poco im­porta. Quello che conta è non farla finire nel nulla da dove è arrivata. Una cometa. Un passaggio su terra del quale essere grati a qualcuno. Del resto lei già lo aveva previsto: “Tra me e la luce/ c’è una possibilità che io resti immortale.” (Gabriella Montanari).



Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :