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Mario Tobino, Viareggio 5 maggio 1920, la fine della sommossa

Da Paolorossi

La notte l'esercito invase Viareggio. Le strade risuonarono del battito secco delle carrette, dell'acuto gracidio dei motori, delle voci giovanili dei soldati. Le barricate, divenute un solitario ingombro, volarono via.

La mattina le botteghe disserrarono i battenti, i cantieri riaprirono i cancelli, i carabinieri la porta della caserma. In Municipio sedette di nuovo, sulla poltrona del sindaco, il commissario prefettizio.

Eppure, nonostante lo sciame dei soldati, la città ancora in silenzio, nei visi l'ombra dell'umiliazione. Viareggio era stata vinta. Adesso, anche quei cittadini che erano restii o contrari alla sommossa, appena l'ordine ristabilito, riparteciparono all'orgoglio paesano. Era stato bello buttare in aria ogni legge, alzare le barricate, sparare su chi si presenta col berretto del comando. Bello essere stati ribelli, liberi , anarchici.

[...]

I più avviliti erano i calafati, quelli della darsena. Rientrarono al lavoro come dopo un lutto. Ripresero in mano le ascie, i martelli, le seghe, accesero i fuochi, in silenzio, senza guardare e senza essere guardati. I colpi dei martelli, la monotonia dei denti della sega sul legno, ebbero un soffocato ansito.

[...]

( Mario Tobino, Sulla spiaggia e di là dal molo, pag.154/155 - Arnoldo Mondadori Editore, 1976 )

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