Masterpiece ieri a Bookcity: qualità e servizio pubblico non sono incompatibili (Corriere della Sera)

Creato il 24 novembre 2013 da Nicoladki @NicolaRaiano
Opportunamente, nell’apprestarsi a parlare del talent letterario più discusso del momento, lo scrittore-magistrato-giurato Giancarlo De Cataldo ha citato Roberto Cerati, «colonna storica» dell’Einaudi, scomparso due giorni fa. «È stato tra quelli che hanno cercato di svecchiare la cultura, introducendo collane più agili e combattendo i pregiudizi. Noi, in un certo senso, cerchiamo di fare lo stesso, portando la cultura in televisione».
Così ieri, al Teatro dell’Elfo Puccini, l’incontro che Bookcity ha riservato a Masterpiece si è trasformato in una (interessante) «seduta psicanalitica» sulla letteratura in tv, aspettando la seconda puntata del talent, stasera alle 23 su Rai 3. Se le critiche hanno parlato di un programma dove «si vedono personaggi e non libri» (gli aspiranti scrittori si sfidano con dei racconti confezionati in poco tempo, letti davanti alla giuria), il direttore di Rai 3 Andrea Vianello è andato subito al dunque: «Il servizio pubblico, forse per la prima volta, incentra un format sulla letteratura. Stiamo tracciando una strada, per adesso con buoni ascolti. Poi non ci si venga a lamentare che la tv italiana è arida e non fa nulla».
Chiara anche Laura Donnini, ad di Rcs Libri (Bompiani pubblicherà il romanzo inedito del vincitore con una tiratura di 100 mila copie): «Ma perché bisogna tenere le cose belle come la letteratura nel cassetto e non avvicinarla alla vita, così come fanno gli esordienti a Masterpiece?». Esordienti che, almeno nella prima puntata, hanno giocato molto sulle vite personali (Antonio Landino, ex detenuto, Marta Zanni, ex anoressica e così via).
Anche il produttore Lorenzo Mieli (FremantleMedia) e l’altro giurato presente, Andrea De Carlo, hanno insistito sulla natura particolare di questo esperimento (che ha incuriosito una parte consistente della stampa estera, dal «New York Times» al «Guardian»). «Non è un reality, ma un talent, quindi conta la capacità che hanno nel mettersi in gioco», ha detto Mieli. De Carlo ha citato Dostoevskij: «Lui non se ne stava mica chiuso in casa a guardare il mondo da una finestrella: andava in mezzo alla vita, addirittura ha pagato con la deportazione certe scelte politiche».
E, se Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale di Bompiani, ha invitato a «non avere paura della scrittura» e a focalizzare l’attenzione, nella cruciale fase del montaggio «sui testi e sulle loro caratteristiche», forse il tema vero, centrale, ieri sera è rimasto in sospeso, leggero come un fantasma che si fa fatica ad afferrare: e se fosse la natura stessa della televisione, specie quella italiana, il suo Dna e l’evoluzione che ha subito nel corso degli anni (dal rigore intellettuale di quarant’anni fa all’identificazione commerciale degli anni Ottanta) a rendere non impossibile ma forse un po’ più difficile questo equilibrio tra cultura e spettacolo? Andrea Vianello ha centrato il punto quando ha detto: «Non siamo ancora riusciti a fare l’Apostrophes, il talk show di letteratura per eccellenza, però ci stiamo andando vicino». E quando dice che con Masterpiece si sta provando a tracciare una strada, un sentiero virtuoso, seppure con molte difficoltà, centra un altro obiettivo molto importante: si sta cercando di fare qualcosa, si fanno tentativi. In fondo, anche la tv sfida se stessa.
Roberta Scorraneseper "Corriere della Sera"

Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :