La pena di morte, o pena capitale, in passato veniva utilizzata quasi in tutti i paesi del mondo. Con pena di morte si fa riferimento "all'uccisione di uno o più individui per mano di un'autorità a titolo di sanzione penale". Nella città-stato del Vaticano la pena capitale entrò in vigore nel 1929. Emanata da Papa Pio XI a seguito dei Patti Lateranensi, per scoraggiare qualunque tentativo di attacco al Papa, la pena di morte era prevista non solo per l'omicidio, ma anche in caso di tentato omicidio del pontefice in carica. Venne abrogata nel 1969 da Papa Paolo VI ma venne rimossa definitivamente solo il 12 febbraio 2001, da Giovanni Paolo II. Ma, quando la pena capitale era ancora in vigore, chi " si sporcava" le mani all'interno dello Stato del Vaticano? Il boia, naturalmente. La piccola città-stato disponeva infatti di un esecutore personale, il boia del Vaticano, comunemente soprannominato "Mastro Titta" oppure, in gergo colloquiale, "er boja". "Er boja de Roma " si chiamava Giambattista Bugatti ed era nato a Senigallia il 6 marzo del 1779, viveva in Via del Campanile n°2 a Roma, tutt'ora esistente, ed era un verniciatore e riparatore di ombrelli Pur essendo l'esecutore della pena di morte per la citta del Vaticano egli non operava solo nel territorio della Chiesa. La sua carriera nell'esecuzione della pena capitale iniziò a soli 17 anni.
Era il 22 marzo 1796 quando a Foligno, un comune in provincia di Perugia, "er boja" venne iniziato alla professione con l'impiccagione di Nicola Gentilucci, accusato dell'omicidio di due frati, un sacerdote ed il proprio cocchiere. Si stima che le vittime di Mastro Titta furono 516, giustiziate in diversi modi in uso all'epoca tra i quali: l'impiccagione, la mannaia, la ghigliottina, lo squartamento o la mazzolatura, ritenuta la più cruenta e la più crudele forma di supplizio. La mazzolatura consisteva nell'esecuzione del condannato per mezzo di un maglio, ovvero una mazza, usata per percuotere le testa della vittima in ginocchio fino allo sfondamento del cranio. Si narra che se al boja stava simpatico il condannato, gli offriva del tabacco da masticare prima dell'esecuzione della pena. Ma il boia conservava ancora la sua vita di prima da normale cittadino romano, continuando a verniciare ed aggiustare ombrelli nella sua bottega nel quartiere di Borgo. Per andare al suo secondo lavoro doveva recarsi sulla sponda opposta del Tevere attraversando Ponte Sant'Angelo. Vestito con il celebre mantello rosso, tutt'ora conservato nel Museo del Crimine a Roma, passava il ponte solamente in occasione delle esecuzioni. In altre vesti sarebbe stato facile vittima di vendette e ripercussioni. Da qui il detto: "Mastro Titta passa il ponte", ancora oggi utilizzato scherzosamente per indicare che qualcuno è nei guai, o, ai tempi in cui "er boja" passava davvero il ponte, che qualcuno stata per rimetterci la testa, o peggio.
Mastro Titta era anche solito scrivere delle sue esecuzioni. Dal diario di Mastro Titta: " "Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità". Da questi diari prese spunto Ernesto Mezzabotta autore del Perini, che scrisse un'opera nelle vesti del boia romano: " Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati. Giunto a Foligno incominciai a conoscere le prime difficoltà del mestiere: non trovai alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca e dovetti andar la notte a sfondare la porta d'un magazzino per provvedermelo. Ma non per questo mi scoraggiai e in quattr'ore di lavoro assiduo ebbi preparata la brava forca e le quattro scale che mi servivano".
Comincia così l'opera intitolata: "Memorie romanzate di Giambattista Bugatti" . Ma il personaggio di Mastro Titta affiscinò autori di tutto il mondo, tra i quali ricordiamo Charles Dickens e Lord Byron. Lord Byron partecipò ad un'esecuzione del 1831, descrivendo così la condanna a morte di tre ghigliottinati: " La cerimonia, - compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell'ascia, lo schizzo del sangue e l'apparenza spettrale delle teste esposte - è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell'agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi".
Ma il più colpito fu Dickens che nel 1865, rimasto turbato dall'atrocità delle esecuzioni per mano di Mastro Titta, scrisse: " Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all'infuori del momentaneo interesse per l'unico disgraziato attore " Il boia del Vaticano viene citato anche nel: "Conte di Montecristo" di Dumas e appare in alcune opere teatrali come Rugatino, commedia musicale realizzata da Garinei e Giovannini, opera che nel 1964 venne rappresentata a Broadway e per quasi un mese registrò il tutto esaurito.
In Italia Mastro Titta venne interpretato dal celebre attore e comico Pippo Franco nel 2014 nell'opera teatrale: "I segreti di Mastro Titta". Dopo la sua ultima esecuzione Mastro Titta si ritira dalla professione di boia, per la quale riceverà una pensione mensile di 30 scudi, fino alla sua morte, avvenuta il 18 giugno del 1869 all'età di 90 anni. La pena di morte, oggi, dai dati riportati da Amnesty international viene ancora applicata in 58 stati. In Italia venne abolita il 1° Gennaio 1948, conseguentemente all'entrata in vigore della Costituzione Repubblicana. La sua abolizione diventò definitiva nel 2007 quando venne eliminata anche dal codice militare di guerra.
