- Il linguaggio gira a vuoto, non descrive - osserva Michelangelo Coviello nella premessa - non dice nemmeno di sé. La ferita ha il sopravvento e diventa il filo che doveva chiuderla, ora è libera e finalmente felice della sua disperazione -
E Milo De Angelis nel risvolto di copertina: – (…)dietro ogni sorriso si intuiscono i baratri. Tra gioia improvvisa e dannazione, tra i corpi e il deserto -
Lumelli non garantisce più alla lingua una conoscenza quanto piuttosto un’approssimazione alle cose; le rincorre, le cerca, ma non può che fissare impressioni, il lacerto della frase che rimane sospesa, il particolare di una istantanea, un ragionamento che si avvinghia tra le parentesi del testo. La tensione trattenuta – anche attraverso l’utilizzo di una cantilena innocua, infantile – ad un certo punto esplode in testi in cui l’autore si lascia andare a un lirismo scoperto, frammentato, incapace di salire in alto, quanto di schizzare, senza direzione, lacerti di fiamma, di pulviscolo cosmico: “(Luogo…se mai fosse…incerta mappa) (sia sonno…come di fatto chimera…inutile vigilanza…anima…che infima sostiene…per l’alta ragione che ci usa…noi sottobanco…felici…)”, p. 58.
Niente pensiero, quindi, né negazione del pensiero. Niente dolore, né negazione del dolore. Il pensiero sembra quasi un’ostacolo, disciplina che piange il suo sapere. Ma anche la libertà assedia, come se questa avesse troppo abusato della cosa. Rimane l’attimo, l’attimo – che conosce il fatto suo…rimangono vecchie donne che sgranano fagioli, l’nfanzia che ti corre dietro. Rimane, forse, la possibilità della deviazione, non si intrometterà… verità… Forse perchè la verità non esiste. Non è raggiungibile attraverso un filosofare. La forma del pensiero, al massimo, canta, si produce in vocalismi, variazioni, deviazioni, cogliendo di passaggio, e rapidamente, ma mai in pienezza:
((Ciò che si allontana (da te)/
(per essere bello)/
ti lascia assai poco (di tuo)
(sono minoranze – tutti gli esseri)
deviazioni (sambuchi e ghiandaie)
essere luogo (con la testa
nel sacco) (fortezza dell’intimo)
strada!
(che finalmente) porti l’astrazione
(rettilineo del mio lontano)
alberi non raggiunti
come un fraterno pensiero
luoghi (penetrabili) non per questo
risolti (sia a voi l’onore)
nulla che non sia ostacolo
è vero (anche il perduto di continuo)
nel quale mi aggiro).)
p. 72
Insomma:
“bisognerebbe avvisare i bambini…farli giocare a moscacieca a nascondino…illustrare la strada del ritorno (…) l’essere non è una cosa piena…è il vuoto che lo fa innalzare…c’è uno splendore nelle lacrime… “ p. 48