Meccanismi di difesa e adattamento. 2° parte

Da Psychomer
by Chiara Polizzi on dicembre 3, 2012

Approfondendo la gerarchia di Vaillant, è possibile inserire all’interno dei 7 livelli di categorizzazione tutte le principali difese di cui il soggetto può avvalersi:

  1. ad un “Alto Livello Adattivo”, corrispondono infatti i meccanismi più ottimali e sofisticati, i quali consentono all’individuo di sperimentare gratificazione ed equilibrio (anticipazione, altruismo, sublimazione, ecc.);
  2. il secondo livello è detto delle “Inibizioni Mentali o Formazioni di Compromesso”, il cui funzionamento tende a mantenere fuori dalla coscienza idee, sentimenti e ricordi dolorosi e spiacevoli (spostamento, dissociazione, formazione reattiva, rimozione…).
  3. Il livello di “Lieve Distorsione dell’Immagine” comprende strategie come l’”idealizzazione” o, al contrario, la “svalutazione”;
  4. lo stadio del “Disconoscimento” (negazione, proiezione e razionalizzazione), prevede l’esclusione dalla coscienza di fattori stressanti, con o senza l’attribuzione erronea degli stessi a cause esterne da sé.
  5. Il quinto livello è detto di “Grave Distorsione dell’Immagine”, è caratterizzato dalla grossolana modificazione o errata attribuzione dell’immagine di se stessi o degli altri (fantasie autistiche, scissione, identificazione proiettiva…);
  6. ancora, il “Livello dell’Azione” affronta i fattori stressanti o spiacevoli agendo o ritirandosi dall’azione (acting out, ipocondriasi, apatia, aggressione passiva, ecc.);
  7. l’ultimo livello, detto della “Sregolatezza Difensiva”, è dato dal fallimento dell’organizzazione delle difese,che porta a sua volta ad una frattura con la realtà oggettiva (proiezione delirante, negazione psicotica, distorsione psicotica).

Da un punto di vista clinico, è importante saper riconoscere i meccanismi di difesa utilizzati dal paziente, in quanto è solo tramite il loro superamento e abbattimento che l’operatore può scovare contenuti profondi, inconsci, nuclei traumatici, modalità e stili affettivi; l’indagine delle strategie difensive può avvalersi di strumenti diversi: primo fra tutti, il colloquio clinico all’interno di un percorso terapico che prevede, indubbiamente, anche assessment e diagnosi. Ancora, è possibile avvalersi di test proiettivi, tramite i quali il soggetto identifica e proietta, smascherando il latente (si ricordi a tal proposito l’uso di reattivi cui il Blacky Picture Test per bambini, e il test di Rorschach per ragazzi e adulti); anche una diagnosi di personalità potrà indirizzare verso il riconoscimento delle principali difese del paziente (soprattutto in casi borderline). Per correlare la struttura difensiva del soggetto e la diagnosi descrittiva, può essere contemplata la Defense Mechanism Rating Scale (DMRS) di Perry (1999-2000).

In modo oltremodo semplicistico, si potrebbero ritenere i meccanismi puramente intrapsichici (es: rimozione) come corrispondenti all’area “nevrotica”, quelli che agiscono sull’ambiente e/o sugli altri, come legati all’area dei “disturbi di personalità” (es: svalutazione, acting out), mentre i meccanismi più primitivi e primordiali come indicativi ed appartenenti all’area della “psicosi”: questa suddivisione appare limitante e riduttiva, ma può costituire una linea guida che permetta, tra l’altro, un’analisi differenziale; può essere difficile discernere tra “scissione” e “identificazione proiettiva”, tra “dissociazione” e “apatia/ritiro”, tra “razionalizzazione” e “menzogna”; ecco perché avvalersi di batterie di test, unitamente al Manuale psicodiagnostico dei disturbi mentali (DSM), considerando anche fattori contingenti cui esperienze pregresse, stile di vita ed età del paziente.

Un esempio lampante dell’importanza diagnostica dei meccanismi di difesa è dato dalla “dissociazione”: essa può essere definita come un’alterazione temporanea delle funzioni integrative della coscienza o dell’identità, con lo scopo di tenere fuori dalla consapevolezza un affetto, un ricordo o un impulso spiacevole, il quale può venire espresso senza che l’individuo ne abbia riscontro; tale difesa, che ha il sostanziale scopo di rendere l’individuo meno soggetto a consapevolezza o minaccia, pare una tipica risposta a eventi traumatici, soprattutto se cronici e molto intensi; essa tende a presentarsi soprattutto nei bambini, anche nella prima infanzia, e, se trascurata, può legarsi a difese cui la scissione, divenendo l’anticamera di disturbi più gravi (es: disturbi dissociativi dell’identità). Saper riconoscere la dissociazione, integrarla con le esperienze di vita del soggetto, con la sua età e i suoi tratti di personalità, può risultare fondamentale, ad esempio, per distinguere e diagnosticare un PTSD (“disturbo post-traumatico da stress) semplice, da un PTSD complesso, senza dimenticare le ripercussioni della difesa stessa in termini di sviluppo emotivo, cognitivo e dell’attaccamento (Main).


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