Med Diet Camp, Cagliari- 27/29 settembre e addio, menuturistico!

Creato il 16 ottobre 2013 da Damt

Sono cresciuta nei famigerati anni Settanta, quelli che segnarono il trionfo dei surgelati, delle merendine, dei dadi da brodo, degli oli di semi e dei prodotti industriali tutti. Erano gli anni in cui le sigarette erano ancora  un simbolo di emancipazione e le femministe, nei cortei, rivendicavano uno spazio nel mondo che passava inequivocabilmente attraverso il rifiuto di certi ruoli tradizionali, primo fra tutti quello della casalinga relegata in cucina, a tirare la sfoglia e a far quadrare i conti della spesa.

E sono stata adolescente nei favolosi anni Ottanta, quelli del master alla Bocconi, della donna in carriera, della terresa del PSI,  dell'alberello sulle scarpe a rivendicare un'identità che trovava solo nel gruppo l'unica forma di espressione di un sè che, a quanto pareva, o era collettivo o nulla. Erano gli anni delle feste allo Yacht Club, della cumpa di fighetti, del liceo della Genova -bene e della Genova -bene tout court, con gli inverni a Curma e le estati a Santa e la parca mensa a fare da filo conduttore. Mangiare, a quei tempi, era proletario, incivile, di serie B. E confessare di amare il cibo era peccato grave, secondo solo ad ammettere, forzatamente e sottovoce, che ti piaceva cucinare.

In tutti questi anni, ne abbiamo dovute combattere, di battaglie, noi che amavamo il cibo sano: ricordo le smorfie di disgusto, quando mia nonna diceva che in casa nostra si friggeva con l'extravergine, perchè altri olii non erano concepiti; o le condanne, più o meno esplicite, riservate a mia madre, che nonostante le dodici ore di lavoro, da donna emancipata e moderna, si ostinava a voler preparare i pasti per tutta la famiglia e a presentarli anche in modo elegante e sfizioso, come gesto di amore globale che comprendeva anche quello che c'era nel piatto. E le espressioni incredule delle mie compagne di classe, condite anche da qualche interrogativo ("ma allora, siete poveri?") quando dicevo che noi i pomodori li prendevamo dall'orto nel giardino, anzichè dal fruttivendolo. Per non parlare delle riviste di cucina lette di nascosto dalle amiche, delle prime torte fatte in casa e presentate come comprate nel forno dietro l'angolo, per timore della presa in giro, di una tesi di laurea contro tutto e contro tutti, in antropologia del cibo, che mi fruttò per anni il soprannome di Ave Ninchi, con buona pace dei signori autori dei sacri testi su cui avevo studiato e il cui messaggio sembrava essere stato travolto da una società di palati atrofizzati e di cibi privi di sapore.

Gli anni Novanta, mi hanno visto da sola, a combattere contro lo scempio delle mense scolastiche della mia città. La mia colpa era quella di aver cresciuto una figlia a cui l'odore dei precotti chiudeva lo stomaco e a nulla erano valse le mie battaglie per far capire che qualsiasi cibo, anche buono, se messo in una vaschetta alle 4 del mattino e consumato sette ore dopo, non poteva essere buono: che uscisse da Buckingham Palace, la creatura, e si abituasse a mangiare quello che mangiavano gli altri.

Con il Terzo millennio, mi sono illusa di un cambiamento: i forum di cucina, la tessera di Slow food in tasca, i primi programmi in TV che parlavano di cibo in quel modo che tanto mi era mancato nei miei primi quarant'anni, tutto mi faceva sperare in un approccio finalmente rispettoso nei confronti della cucina e di quanto le gravitava attorno. Da lì, il primo timido passo di un'iscrizione ad un forum e, successivamente, l'apertura di un blog.

Nei primi tempi, mi sembrava di vivere in un sogno- o meglio: nella realizzazione di un sogno. Era un andare tutti nella stessa direzione, pur con le diversità di ciascuno, un parlare tutti lo stesso linguaggio, un tendere tutti verso la stessa mèta. Poi, all'improvviso, qualcosa si è rotto: e, dall'oggi al domani, son ritornata a cantare fuori dal coro. Scrivevo ad un'azienda, chiedendole gentilmente di non mandarmi una tavoletta di cioccolato, ma informazioni sui suoi prodotti- e veniva giù il mondo, a botte di ingrata e di snob. Mettevo su un gioco in cui si chiedeva come regola base la stagionalità degli ingredientii e il fatto in casa- ed ero tacciata di dettare regole assurde e troppo impegnative. Sostenevo che chi scrive un blog di cucina- cioè un diario pubblico- non può esaltare il dado da brodo o la sfoglia del supermercato- e la replica era "che il blog è mio e faccio quello che voglio". In parallelo, la cucina in TV soccombeva alle regoledello show bizz e un libro che strizzava l'occhio alle pseudo massaie, invitando a cucinare con precotti e surgelati scalava tutte le classifiche di vendita. Ovunque, si inneggiava alla cucina veloce, al trucco da furbetto del quartierino e se mai c'era un riscatto era per prodotti di pessimo gusto, che si scopriva dall'oggi al domani che facevano bene alla salute ed erano migliori del burro, dell'olio e di qualsiasi altro grasso la natura ci forniva.

E quando stavo per gettare la spugna, è arrivato il Med Diet Camp

Scrivo questo post in ritardo, rispetto alle amiche che hanno condiviso con me questa esperienza e il rischio di ripetere quel che già è stato detto è dietro l'angolo. Con loro condivido la soddisfazione e la gratitudine per l'opportunità che ci è stata offerta, di un confronto così a largo raggio, con esperti del calibro dei professionisti che sono intervenuti. Di mio, però, aggiungo un fatto personalissimo, che si ricollega alla lunga premessa- e cioè, la sensazione- rigenerante e per ciò stesso bellissima- di essere tornata a non sentirmi più sola, nell'ostinarmi a difendere un concetto di cibo che va oltre quello che si vede. Un concetto che lega indissolubilmente il cibo all'uomo, che vede nel passaggio dal crudo al cotto la prima grande rivoluzione dell'umanità, che vuole che il modo stesso in cui i singoli popoli si sono appropriati del cibo, rendendolo "cosa loro" nella manipolazione, nella cottura, nella conservazione, nella ritualità dei pasti, sia un veicolo principe di una comunicazione che corre attraverso i millenni e ha contribuito a scolpire in modo chiaro quello che siamo oggi- e quello che saranno i nostri figli domani. La Dieta Mediterranea non è solo l'esaltazione dei prodotti tipici di quest'area: è l'esaltazione della Cultura che nasce dalla coltura, da un legame a doppio filo fra ciò che siamo e ciò che mangiamo e, ancor prima, ciò che produciamo e che si è definito, nel tempo, in una identità che travalica i confini politici per imprimersi nei profili di un paesaggio, nei gesti di una tradizione, nel rinnovarsi di sapori antichi che ci fanno sentire parte di uno stesso tutto.

E' questa la grande lezione che ci è stata impartita a Cagliari e che abbiamo condiviso in trenta irriducibili appassionate, uscite da quest'esperienza rafforzate nelle loro convinzioni e, se possibile, ancora più motivate ad andare avanti per questa strada. Potete trovare qui i loro resoconti, se vi va di condividere più nel dettaglio questo messaggio:

Il MedDiet Camp è il primo dei cinque grandi eventi pianificati daMedDiet, progetto strategico finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma ENPI CBC Bacino del Mediterraneo 2007-2013. Con un budget complessivo pari a circa 5 milioni di euro e una durata di 30 mesi, il progetto mira a promuovere e valorizzare la Dieta Mediterranea, riconosciuta Patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco nel 2010.  Oltre all’Italia, che partecipa con Unioncamere in qualità di capofila, il Centro Servizi per le imprese della Camera di Commercio di Cagliari, il Forum delle Camere di Commercio dell’Adriatico e dello Ionio e l’Associazione nazionale Città dell’Olio quali partners, il progetto coinvolge altri 5 Paesi del Mediterraneo (Egitto, Grecia, Libano, Spagna e Tunisia).

Con questo post, si conclude la mia avventura su Menuturistico. Siccome non son tipa da cerimonia degli addi, preferisco sintetizzare in poche righe quello che alcuni di voi sanno e che molti altri hanno intuito, vista la mia pressochè totale sparizione dalle pagine di questo blog. Le ragioni son tante, alcune le ho esposte nelle righe precedenti, altre attengono alla svolta che la mia vita reale ha preso qualche tempo fa e che mi impedisce di continuare a scrivere qui sopra con lo stesso entusiasmo di un tempo. Chiudo questa parentesi immensamente più ricca di quando l'ho  aperta e devo tutto al calore, all'affetto, all'amicizia che voi lettori mi avete dimostrato in questi anni, che sono state un serbatoio preziosissimo, anche per andare avanti nelle salite di ogni giorno. Resta ovviamente la Dani, saldissima al timone di questo meraviglioso blog, con l'entusiasmo e la bravura di sempre, pronta a riservarvi tante ricette, tante notizie e tante, tantissime sorprese. Un grazie di cuore a tutti

Ale


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