Troppo schiaffi in faccia, troppi pugni nella pancia hanno indotto Paolo a chiudersi a riccio.
Com’era bello in quell’immagine, uno scatto che lo ritrae a braccia spalancate, sormontate da un sorriso abbacinante e contagioso, che s’effondeva nell’aria e s’imprimeva sulla pelle.
Il suo gesto di ritrosia mi ha colpito molto, sin dal breve racconto che me ne fece Matteo, suo amico e concittadino – entrambi di Caivano, in provincia di Napoli – , il quale me ne parlò affettuosamente all’inizio dell’estate, durante una serata di festa.
In quel momento non potevo immaginare che proprio quell’atteggiamento d’indifferenza rientrasse, per altre vie, tra le cause principali della scelta di Paolo. Lo appresi dalla sua viva voce, qualche giorno dopo, a casa di Matteo il quale, in evidente stato di pena per i tormenti di Paolo, mi telefonò per chiedermi di correre in aiuto di due amici. Accettai di buon grado e mi predisposi a quell’incontro per il giorno stabilito, il 7 luglio.
Nella mia mente, prese ad albergare una crescente curiosità, intervallata da una domanda ricorrente: «Per quale motivo Matteo ha chiesto proprio a me di aiutare Paolo?».
In compagnia di questo dilemma, giunsi a Caivano, di fronte al cancello della villica casa di Matteo. Scesi dall’auto e mi avviai lungo il polveroso viale d’ingresso.
La casa è ubicata in una zona periferica, quasi un sito strategico – una sorta di osservatorio naturale – dal quale è possibile scandagliare fenomeni e interrelazioni raramente distinguibili dall’interno del centro urbano.
Di lì a pochi istanti, fui accolto da Matteo. Mi invitò a seguirlo in cucina, dove si trovava Paolo il quale, mentre varcavamo l’uscio della stanza, ci venne incontro. Tre passi decisi, testa alta e sguardo fiero mi preannunciarono il suo carattere, che rimarcò con una voce stentorea e ferma. Il suo “Buongiorno” rimbalzò di stanza in stanza nella casa quasi vuota di Matteo il quale, dopo averci presentati, ed aver indugiato sui singoli movimenti di ciascuno, ci invitò a sederci per degustare un caffè. Ma prima che si dirigesse verso la credenza, Paolo lo trattenne afferrandolo per il braccio sinistro, manifestando da un lato l’urgenza di parlare e, dall’altro, una determinatezza che scambiai per diffidenza nei miei confronti.
Invero, non avevo torto e le parole che di lì a poco espresse fugarono quelli ed altri dubbi: «Sento la vostra vicinanza, la preoccupazione che sfocia in apprensione, l’amicizia. A voi andrà la mia memoria grata ma sappiate che ormai sono irremovibile».
Allentò la presa del braccio di Matteo, che finalmente poté avviarsi verso l’angolo più remoto dell’enorme stanza.
Trascorsero circa cinque minuti, durante i quali Paolo ed io ci raccontammo oltre ottant’anni di vita, anche se i suoi trentacinque mi sembrarono triplicati. Da sempre si era occupato del prossimo, svolgendo attività di volontariato, prendendo parte a varie associazioni mosse da grandi ideali: valorizzazione del territorio, tutela dell’ambiente, difesa degli animali. Dopo la laurea in giurisprudenza ha capitanato parecchie battaglie contro il malaffare. Ha scritto articoli, tenuto conferenze… è stato sempre presente, ovunque, da nord a sud, ed ora?
«Ora basta» riprese a parlare, intanto che Matteo si avvicinava reggendo il vassoio e ci invitava a bere la bollente bevanda.
Di lì a pochi attimi, Paolo argomentò impeccabilmente la sua amara decisione: «Mi ritiro dalla vita pubblica, dalla società in cui ho sempre creduto. Vi prego però di non stare in pena per me, essendo il mio un gesto ponderato, ancorché doloroso. Non mi arrendo ma prendo atto dell’evidenza, della realtà. Dalle nostre parti non intravedo più un canto di ecumène, il cui recupero, benché propugnato anche in politica – l’intervento del Movimento 5 Stelle ne è una prova tangibile – non potrà prescindere dal coinvolgimento di tutto il popolo italiano, nei cui figli, durante gli ultimi vent’anni, ho potuto osservare i cambiamenti che hanno determinato l’attuale situazione sociale.
Ribadisco che parlo della mia visione, tradotta nella mia intima percezione della gente che ho finora incontrato, e non di un’analisi tecnica, sebbene in alcuni punti possa avvicinarvisi.
I cambiamenti della gente cui accennavo sopra, riguardano le parole, le mie, da ormai troppo tempo inascoltate, incondivise. Ecco il punto, quindi, non ho più interlocutori, è come se avessi perso il contatto ed ora sento inutile il mio pensiero, e l’eventuale nocumento che potrebbe arrecare a chicchessia mi addolora. Se le mie parole, dunque, non sono più in grado di giovare alcuno, è bene che io taccia e scompaia».
Si alzò, ci strinse la mano e volse i passi verso l’uscio della stanza.
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