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Mia madre

Creato il 03 aprile 2010 da Patriziacaffiero

alchimie

Quando avevo tre anni mia madre partì con mio padre per tre giorni.
Era la prima volta che lasciava la casa da quando ero nata.
Andò a Roma, non so per quali commissioni da sbrigare; ma per la bambina ruvida, poco affettuosa che ero la destinazione poteva essere la più assurda: i traditori erano salpati per le Azzorre, per Timbuctu, per la Cina.

the bbp by flickr

Quando la mamma tornò non le dissi nulla. Neppure una parola.
Ma mi attaccai al suo grembiule per tutto il giorno, dove si annodano i due lacci sulla schiena, seguendo tutti i suoi movimenti mentre si affaccendava per l'appartamento di Piazza Mazzini.

federì by flickr

the bbp by f.

the bbp b.f.

Mia madre lo racconta spesso, con orgoglio; perché non era sicura, prima, dell'attaccamento di quella bambina che rifiutava le carezze o le parole gentili e se ne stava dentro una tana di volpe, arroccata di libri tutto intorno per tenersi lontana dal mondo.

Non era sicura prima la bella signora, né è stata del tutto sicura dell'affetto di sua figlia quando venticinque anni dopo è partita e tenacemente se n'è stata lontana dalla rocca di pietra biancastra che come le donne salentine più che bella è affascinante; stordisce con il brillio insostenibile del geranio porpora, accostato alle terrazze dove i gatti neri neppure guardano sotto, sfingi perse nel senzatempo di una terra africana.

La lontananza è come il vento, cantava Domenico, che se ne andò il 6 agosto del 1994; resta attaccata una manina invisibile al grembiule della madre per quanta strada si percorra.

La madre è una penisola di cui si fa parte, un corpo immenso in cui la propria identità si smarrisce, dentro un mare topazio come quello di Porto Badisco, ficcato dentro le cime aguzze della scogliera dove si perdono la vita o la memoria se non si tiene il passo con prudenza.

coscienza

Mi sorprende a volte al mio stesso specchio lo sguardo ammiccante di mia madre, che si truccava abilmente per uscire con suo marito innamorato di lei, sotto il mio sguardo incantato, perduto per la ragazza dai capelli neri, svagata e svelta come una fata; pure oggi, a settantadue anni.

Mia madre, che mi ha insegnato a non giudicare alcuno o alcuna cosa.
Che ha cercato sempre con umiltà di rimediare ai suoi sbagli.
Che non ha smesso di evolversi e cammina accanto al suo daimon.
Che guarda oltre, come una sfinge persa nottetempo in una terra aguzza, polverosa, rossa, che mi è rimasta attaccata sotto le scarpe.

Ringraziandu lu Signore


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