Magazine Diario personale

Mia madre mi portava il tè coi savoiardi

Da Maddalena_pr

CHE GUSTO C’È AD AMMALARSI DA GRANDI?

DSC00239_pe_wprnMi sono messa su il caffè. Non è il massimo, ma mi andava.
C’è quella pubblicità nuova, in tv, una mamma dice alla figlioletta: “Mi spiace ma devo prendermi un giorno di ferie.”
Poi si prende il vicks (anziché le ferie) e tutto quadra.
Invece a me è venuta la febbre, bella alta, mi percuoteva come un’intera tribù africana. Mi scuoteva il corpo e mi faceva gemere che sembravo in travaglio. Anzi. Anzi i vicini, se sono un po’ ottimisti, potevano pensare a chissà che.

Allora, il vicks inutile crederci, la tachipirina non mi fa niente, e dopo poche ore il mercurio (che non è più mercurio) sfiorava i 39. Era notte, tutti dormivano. Svegli eravamo solo il mio cuore e io.
Sarah mi aveva domandato, proprio quel pomeriggio: “Perché le mamme non si ammalano mai?”
In effetti non ricordo di aver mai visto malata la mia. I suoi problemi, i suoi punti deboli, ma una banale, bastarda influenza no. Lei e mio padre erano i genitori, i genitori non si ammalano. Fa parte del corredo. Fa parte dei superpoteri. Così possono sempre occuparsi dei bambini e i bambini possono fare i bambini.

Mia madre mi portava il tè coi savoiardi, un piatto bianco con la corona circolare blu che posava sullo sgabello del piano, disposto accanto a me. Era bello perché potevo per una volta mangiare in salotto, e anche lasciare i biscotti così, ciucciati a metà, obbedendo al suo invito amorevole “mangia solo quello che ti senti.” Poi un fazzoletto bagnato d’acqua fresca da mettere sulla fronte. Nella versione più evoluta c’era anche una scodella con l’acqua, ci intingevo la pezza da me, la strizzavo e la ponevo di nuovo sulla friggitrice corporea.

Mi piaceva portarmi nel letto un sacco di cose e giochi in scatola, poi non ne facevo nessuna, ero troppo stanca, svogliata. Quando sei malato non c’hai voglia di niente. Mi diceva stai sotto bene, io sparivo sotto il piumone e lei apriva la grande finestra bianca per cambiare l’aria nella camera.
Mio padre la notte mi prendeva e mi portava in cucina: mi sedeva sul coperchio chiuso della stufa, mi dava la camomilla. La sera ciondolavo con la testa febbricitante adagiata sulle sue gambe davanti alla tv, nelle ore dei grandi. Il che rendeva tutto speciale. Forse non piacevole. Ma sopportabile.

Ci sono almeno due ragioni per le quali una madre non dovrebbe ammalarsi: non può mostrarsi così indecentemente caduca. I bambini lo capiscono, sì, no, forse. Intanto però tempestano il babbo, e lui fa la bella figura, lui luccica nella sua pronta risposta. Li tiene, li fa giocare, spicca più che mai.
La seconda ragione è che una madre non ha il diritto di essere malata. Non completamente. Rimane mamma lo stesso, e se ti alzi anche solo per fare pipì (anzi solo per fare pipì) in quel momento arriva il plotone: mi disegni questo, mi fai quello? Perché non hanno capito che stai di m. oppure pensano che sei già guarita (e infatti credono che “le mamme non si ammalano mai”). E va bene che lui si occupi di loro. Ma non rimane nessuno a occuparsi di te.

Sarah dice che è bello essere malati, si mangia sul divano e si guarda tutta la tv che si vuole. Mi sono vista Love story per intero, stamattina. Ho piagnucolato quel tanto che basta a intasarmi ancora di più. I miei si sono presi la Isabelle per farmi riposare. Era bellissimo: potevo mettere il volume alto, camminare per casa senza timore di svegliarla, non lottare contro i suoi no, non fare fatica. Potrei anche fare mille cose: è la prima volta da quando è nata che non sto con lei.

Il guaio è che le mille cose sono come le scatole che mi portavo nel letto da bambina: sono troppo fiacca, non riesco a farne nessuna.
Il guaio è che nessuno mi fa compagnia, nessuno mi prepara il tè, nessuno porta i savoiardi.


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