Reportage: “Sarajevo vent’anni dopo. Il volto nuovo di Mostar, Višegrad e Srebrenica”
Il massacro di Višegrad: la pulizia etnica nel Sud-est bosniaco
Già il titolo stesso dell’articolo spiega molto del destino di questi due uomini, Milan e Sredoje Lukić, ribattezzati per l’appunto i macellai di Višegrad. La storia li ricorda come i responsabili dei crimini compiuti nella città della Bosnia sudorientale contro la popolazione bosniaco musulmana. Sul loro conto è stato istruito un processo nel luglio del 2008, per far luce sugli atti di violenza da loro stessi commessi. I cugini serbo-bosniaci, Milan e Sredoje Lukić, sono dunque stati processati dal Tribunale dell’Aja per genocidio. Una nota del giugno ’92 ricorda l’entità del massacro di Višegrad, quando afferma che l’ispettore della polizia della città, Milan Josipovic, si è visto recapitare una comunicazione nella quale si chiedeva di ridurre il flusso dei corpi gettati sul fiume Drina, in quanto l’accumulo inceppava le turbine della diga a Bajina Basta.
I documenti d’archivio e i resoconti sulla Guerra di Bosnia registrano Višegrad come “la seconda città dei massacri dopo Srebrenica”. Un triste primato che evidenzia ulteriormente la violenza serba contro la popolazione bosgnacca. Le statistiche del prima e del dopoguerra per Višegrad sono feroci. Di una popolazione che contava 21mila abitanti prima del conflitto, oltre 13mila sono sfollati e 3mila uccisi barbaramente. Milan Lukić fu il corrispettivo nelle “Aquile bianche” di Željko Ražnatović per le “Tigri”: un cittadino comune divenuto comandante di un corpo paramilitare serbo. Stando ad alcune indiscrezioni pervenute dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante della Comunità Internazionale, per quanto concerne la Guerra di Bosnia Milan Lukić è considerato il terzo uomo più sanguinario dopo Karadžić e Mladić.
Milan e Sredoje Lukić, i “Luciferi” della Guerra di Bosnia
La fine di Milan Lukić avvenne con l’arresto nel 2005 in Argentina, dopo sette anni di latitanza. Sessanta giorni più tardi sarà la volta del cugino Sredoje, catturato di ritorno dalla Russia dove aveva trovato rifugio. È questo l’epilogo di quella parabola diabolica che ha reso i due cugini i “macellai di Višegrad” in una di quelle tante Srebrenica della Guerra di Bosnia.
Soltanto nel 1996 fu scoperta la drammatica storia di Višegrad, e attraverso le colonne del giornale britannico “The Guardian”. Furono proprio i racconti di un profugo – ancora bambino – che spiegò il suo compito di raccogliere i corpi esanimi che galleggiavano sul fiume Drina. La provenienza di quei corpi, e le tante domande che si susseguirono a non finire, furono la miccia che diede inizio all’inchiesta contro Milan Lukić. All’indomani della prima testimonianza, il macellaio di Višegrad fu localizzato in Serbia doveva si era stabilito. Il numero delle testimonianze sui massacri intanto crebbe a dismisura. Furono rintracciati in Europa diversi testimoni sopravvissuti, e si scoprì che la totalità dei racconti delineavano il medesimo uomo e le stesse brutalità perpetrate. Le modalità del genocidio erano sempre le medesime: i bosniaci musulmani venivano prelevati dalle loro case, condotti sul fiume Drina e gettati nelle acque o sgozzati. In qualche testimonianza sono stati rintracciati racconti di impiccagioni, sebbene non se ne abbia un riscontro effettivo.
La raccolta dei corpi avveniva più a valle rispetto a Višegrad, in un villaggio dove il flusso del fiume rallentava un poco. Qui i corpi venivano portati in secca e sepolti, col rischio continuo dei cecchini serbi che avevano postazioni stabili in quei dintorni. C’è chi racconta che i corpi delle donne erano violentati e avvolti in lenzuoli, mentre diversi uomini si mostravano con la gola recisa. C’è chi rinveniva i corpi dei famigliari: dei figli, delle madri, dei vecchi. Agli occhi di Milan Lukić l’eccidio di Višegrad fu “cosa buona e giusta”, un atto dovuto a seguito dell’inefficacia delle operazioni compiute dalla polizia regolare.
Fra le numerose barbarie commesse a Višegrad da Milan Lukić e dai suoi uomini, si ricorda il genocidio del 14 giugno 1992, quando diversi bosniaci musulmani furono rinchiusi in una casa e arsi vivi. Due settimane più tardi l’eccidio fu replicato a Bikavac con altri settanta musulmani. Questi sono i ricordi più tristi – insieme al massacro sul fiume Drina – per le “Aquile bianche” di Milan Lukić. Quelle stesse che nel ’93 fermarono un convoglio partito da Belgrado alla volta del Montenegro, prelevarono diciotto musulmani e un croato e li uccisero sparandogli a bruciapelo. Intorno a massacri dei cugini-macellai il Tribunale dell’Aja non ha avuto dubbi: “Non si tratta di semplici criminali. È un vero e proprio corpo paramilitare votato all’orrore e allo sterminio sistematico. Un atto senza pietà”.
Sulla brutalità di Milan e Sredoje Lukić vi sarebbero poi ulteriori testimonianze fornite da donne musulmane. C’è chi racconta che le ragazze più avvenenti venivano condotte all’albergo Vilina Vlas, chiuse nelle stanze e ripetutamente violentate. Un rapporto delle Nazioni Unite sull’albergo Vilina Vlas registra che furono rinchiuse all’interno della struttura oltre 200 donne, prima di essere uccise. Il genocidio sul ponte della Drina, l’eccidio di Bikavac e gli stupri all’albergo Vilina Vlas sono i simboli dell’odio spregiudicato e della pulizia etnica nel territorio di Višegrad. Sono l’emblema della mano violenta dei “macellai”. Il gesto efferato di chi ha messo a tacere una cultura, un mondo, calpestando la sacralità dei diritti umani.
