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Mondiali 2014: scempio azzurro in brasile. l'italia torna a casa e riparte da zero. finalmente...

Creato il 25 giugno 2014 da Carloca
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Le dimissioni "in stereofonia" di Prandelli e Abete? Ma quale "annuncio shock" (così le ha definite la Gazzetta dello Sport on line). E' l'atto più ovvio, logico, naturale da compiere nel momento in cui ha da poco preso forma uno dei più colossali scempi nella storia del pallone tricolore. Anzi, a voler proprio andare per il sottile, quelle dell'ormai ex Presidente federale (irrevocabili, Deo gratias) arrivano con quattro anni di ritardo, ma non si può avere tutto dalla vita. Il cittì, invece, nel 2010 non c'era, ma in queste ore è come se il tempo non fosse mai passato, dagli amarissimi giorni del disastro sudafricano. Siamo ripiombati sul fondo, su quel fondo dal quale ci eravamo faticosamente risollevati: in due sciagurate partite, contro Costa Rica e contro il fantasma dell'Uruguay campione sudamericano 2011, il nostro football ha mandato in frantumi la residua credibilità che era riuscito a conservare, in tempi di fallimenti e di regresso generalizzato. SPEDIZIONE DISASTRO - E' un capitombolo epocale per il sistema calcio nostrano, ben più di quello di Johannesburg al cospetto della Slovacchia, una caduta che vide tramontare per manifesta cottura Lippi e i suoi stanchi eroi berlinesi (affiancati da volti nuovi non all'altezza). E' un ko che sancisce definitivamente la retrocessione dell'Italia a periferica provincia dell'impero pallonaro, perché un Paese con le nostre tradizioni calcistiche non può permettersi due eliminazioni consecutive al primo turno in Coppa del Mondo. E' la sonora bocciatura non solo di una squadra: magari fosse così, magari fossimo davanti a due semplici partite sbagliate. No, tutta l'operazione "Brasile 2014" è stata concepita, impostata, organizzata e condotta in un crescendo rossiniano di errori, anzi, strafalcioni da matita blu. E' questo che fa rabbia. Perché la povertà oggettiva del nostro movimento calcistico è sotto gli occhi di tutti da almeno un lustro, e anche in questo blog l'ho spesso sottolineata anche crudamente; eppure, qualcosa di più di questo avvilente bottino era alla portata. Quella affondata indecorosamente fra Recife e Natal non era, come scritto più volte, una delle migliori edizioni della nostra Nazionale, tutt'altro. Ma si trattava, in larga parte, della squadra che nel 2012 ci ha portati ad un passo dal trono europeo, e che dodici mesi fa ha strappato un dignitosissimo terzo posto in Confederations Cup. Insomma, non proprio una manica di mediocri, se i risultati contano ancora qualcosa. SVANITO LO SPIRITO DELLA RINASCITA - Il problema è che l'Italia ammirata in quei due tornei (soprattutto in quello polacco - ucraino) in Brasile è come se non fosse mai arrivata. Non è arrivato, soprattutto, lo spirito che aveva contraddistinto il ciclo storico che ho sempre definito "rinascita prandelliana", fatto di voglia di osare, di prendere l'iniziativa, di creare gioco e di attaccare, pur senza tradire i fondamenti storici del football all'italiana, con la dovuta attenzione alla copertura. Il biennio post Euro 2012 aveva mostrato, in questo senso, vistosi passi indietro, fra atteggiamenti sparagnini e qualità della manovra in caduta libera, e chi mi segue sa che da queste parti la cosa era stata denunciata con crescente preoccupazione. Poi era arrivato l'acuto di Manaus con l'Inghilterra, successo sofferto e prestazione non proprio ineccepibile, ma che già aveva scatenato l'assalto al carro del vincitore (con qualche settimana di anticipo, ma certe grandi firme non potevano rischiare di rimanere a terra: vuoi mettere la gioia di poter dire "io ci avevo sempre creduto"?). Dopodiché, il vuoto spinto e la caduta a precipizio verso l'abisso. QUATTRO ANNI ALLE ORTICHE - Questa spenta "Azzurra 2014" non ha portato nulla, in Brasile, del lavoro svolto e delle lezioni mandate a memoria nel quadriennio. Come lo studente che fa cinque anni buoni, se non brillanti, e poi si inceppa alla Maturità. Non uno straccio di idea di gioco (a parte, lo ripetiamo, qualche illusorio sprazzo al debutto), un passarsi e ripassarsi la palla senza costrutto, per dilatare i tempi tentando invano di stanare l'avversario; nessuna verticalizzazione, a parte due - tre lanci tagliatissimi di Pirlo; approssimazione nel tocco di palla a livelli di guardia (bisogna lavorare sui fondamentali fin dalle Scuole calcio, altroché); ritmi bassissimi e poco fiato; difesa fragile e mal protetta da un centrocampo che non ha saputo né impostare né, spesso, fare filtro. Una lagna di 180 minuti. CON L'URUGUAY ATTENDISMO E CROLLO INEVITABILE - Contro l'Uruguay si è vista inizialmente una squadra un po' più compatta e sicura sul terreno, ma nuovamente votata all'attendismo e del tutto priva di forza di penetrazione, nonostante il ricorso alla doppia punta. Fasce quasi mai sfruttate in fase di spinta da Darmian (spentosi, non solo per sua colpa, dopo il promettente avvio con gli inglesi) e De Sciglio, centrocampisti troppo schiacciati verso la terza linea, fase di costruzione a volte addirittura affidata a Barzagli. Quando, tradito da un infortunio, è stato costretto al forfait Verratti, uno dei cardini del futuro, ispirato e coraggioso, fra i pochi a dare del tu al pallone in un contesto di notevole modestia tecnica, la già fioca luce della manovra azzurra si è spenta, producendo il vuoto spinto in fatto di occasioni da rete. Prandelli, come detto, ci ha messo del suo, e molto. Fra l'intervallo e il secondo tempo si è consumata la sua personale Caporetto: già discutibile la rinuncia a Balotelli, nervoso ma pur sempre in grado di spalleggiare Immobile e tenere perlomeno sul chi vive la difesa avversaria che invece, da quel momento, ha dormito sonni sostanzialmente sereni; inconcepibile il ricorso a un Cassano già sonoramente bocciato quattro giorni fa, una scelta che ha di fatto privato la squadra di sbocchi offensivi per larga parte della ripresa, condannandoci a rinculare progressivamente sotto la fiacca spinta di un Uruguay tutt'altro che trascendentale. Certo, l'espulsione dell'opaco Marchisio ha rasentato l'assurdo, ma in dieci si può giocare decisamente meglio, soprattutto se infoltisci all'inverosimile la zona nevralgica con l'intento di tenere palla e rallentare il gioco; ci si è invece consegnati a una mezz'ora di contenimento in sofferenza, con la ciliegina dell'ennesimo ricorso all'irritante Thiago Motta.
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GESTIONE IMBARAZZANTE - Il gol di Godin è stato l'approdo inevitabile di una conduzione tecnico - tattica che, davvero, ha lasciato increduli: una Nazionale che sembrava nata ieri, tale era il senso di provvisorietà che trasmetteva. Tutta l'operazione mondiale è stata portata avanti in maniera imbarazzante: dalle convocazioni, con eccesso di alternative in alcuni ruoli, soluzioni scarse in altri lasciati quasi scoperti, elementi di talento e di carisma ignorati, per arrivare alla gestione dei match prima e in corso d'opera. La pomposa preparazione atletica di Coverciano ha prodotto una squadra sfiatata, senza sprint, capace solo di giocare sotto ritmo, laddove sarebbe stato imperativo categorico far tesoro dei patimenti di dodici mesi fa in Confederations, quando un'Italia in debito d'ossigeno si arrampicò fino alla medaglia di bronzo tirando l'anima coi denti. E' FALLITO UN PROGETTO - Invece è andata peggio, molto peggio: nemmeno la forza, contro Costa Rica e Uruguay, di condurre con intensità quegli assalti finali all'arma bianca che spesso non producono alcunché, ma che in alcuni casi possono portare al rimpallo fortunato o alla zampata vincente. Nulla di nulla. Eppure, lo ripeto, l'Italia del quadriennio, anche nelle sue versioni meno convincenti, almeno un paio di punticini contro i centroamericani e contro questa Celeste decadente li avrebbe tranquillamente messi in saccoccia, potendo oltretutto partire da posizioni di enorme vantaggio (successo con l'Inghilterra prima della sfida alla Costa Rica, due risultati su tre a disposizione prima del confronto con Cavani e soci). Ecco perché è sbagliato dire che l'incubo brasiliano della Nazionale sia logica conseguenza della decadenza del nostro calcio: non è così, non solo; è frutto, prima di ogni altra cosa, di una spedizione mal guidata, male interpretata e approdata al fallimento di un progetto di gioco e di un'idea di squadra. RIFONDAZIONE! - Ritorniamo al punto di partenza. Le doppie dimissioni di CT e Presidente sono una manna dal cielo. Ci sono voluti tempi biblici, ma forse c'è ancora qualche mese di tempo per chiudere la stalla prima che tutti i buoi scappino, e avviare una rifondazione del movimento in stile Germania post Euro 2000. La Nazionale deve voltare pagina e dare il benservito a tanti: ai veterani a un passo dal capolinea (Buffon, Barzagli e Pirlo: quest'ultimo si è già chiamato fuori da solo, mentre De Rossi potrebbe essere l'unica chioccia) così come agli elementi non all'altezza (Chiellini, Motta, Cassano, Abate), e mettere sotto esame gente come Darmian, De Sciglio, Immobile. Per loro l'azzurro non dovrà essere più scontato, così come per Balotelli, che è davvero al suo bivio umano e professionale: il declino precoce verso una carriera "alla Cassano" (furoreggiare in provincia dopo aver fallito nei top club) è a un passo, questo Mondiale doveva sancirne il decollo definitivo e invece ha infittito l'enigma che lo circonda. Lo salverà il fatto che il disastro sia stato collettivo, dai vertici federali all'ultima riserva, ma qualche mese di distacco dal Club Italia sarebbe utile a lui per chiarirsi le idee e a noi per chiarircele sul suo effettivo spessore: adesso, per lui, il tempo della paziente attesa è finito, d'ora in poi dovrà parlare coi fatti. Ci sono da chiamare i tanti giovani dell'Under 21 "quasi vittoriosa" di Davis Mangia, argento europeo un anno fa: ci sono i Donati e i Florenzi, i Fausto Rossi e i Borini, ci sono gli Insigne e i Verratti da lanciare definitivamente ma anche un Pepito Rossi e un El Shaarawy da riportare in auge. Si riparta da loro: ora o mai più, altrimenti vivremo un declino calcistico simile a quello di Austria  e Ungheria, ex grandi potenze mondiali. E' questo che vogliamo? 

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