Monsier Lazhar – Philippe Falardeau [Film]

Creato il 07 settembre 2013 da Amalia Temperini @kealia81

Ieri sera non volendo fare nulla, e non intenta a studiare in maniera dettagliata le materie d’esame, sono incappata in un film del quale non avevo mai sentito parlare, e che ho visto per la prima volta. “Monsier Lazhar” è un progetto uscito nel 2011 da una produzione franco – canadese dalle forti componenti drammatiche, girato da Philippe Falardeau.

La trama è tessuta su un filo che rende evidenti componenti pubbliche e private. Quello che voglio dire è che la dimensione collettiva e quella intima si manifestano in questo lavoro in maniera per niente scollegata, in un gioco d’incastonamento perfetto, che porta a una radicalità finale di forte impatto emotivo.

Siamo a Montreal, in Canada, in una scuola elementare ricca di ragazzi che provengono da altre tradizioni, vicinissima all’idea di un paese molto multiculturale dove le inflessioni linguistiche si sposano e danzano senza peso, in una fluttualità che riflette la ritmicità dell’infanzia. Il punto è che questa indubbia parte, sebbene rimanga nell’ingenuità dell’età dei ragazzini, viene a rompersi in corrispondenza di un gesto di suicidio: la morte della propria insegnante avvenuta all’interno di una delle aule scolastiche. Un atto scoperto da un bambino per caso, prima di entrare in classe.

La carambola inizia proprio da questo punto. Oltre alla gravità dell’atto di morte che deve essere accettato (lo smaltimento del dolore è un processo lungo, non sempre di facile elaborazione nella sua fase iniziale), arriva in quegli ambienti, improvvisamente, il vero protagonista: Monsier Lazhar.

Lui è un insegnante sui generis alla vecchia maniera. Un tizio non per niente pratico delle attività d’insegnamento, con un approccio relativamente vecchio ma sano, come quello che buona parte di noi ancora oggi sogna per i propri figli ai fini qualitativi di una resa scolastica. Monsier Lazhar è un algerino fuggito in un altro paese a seguito dello sterminio della sua famiglia. Sua moglie, era una scrittrice e insegnante perseguitata dai regimi del suo Stato, poiché ritenuta sovversiva, irridente e donna, che si permetteva tra l’altro di attaccare le istituzioni.

La doppia tematica dell’accettazione vede quindi un’aperta conflittualità nell’elaborare un atto che ha turbato in particolar modo due bambini che hanno vissuto involontariamente uno scenario di morte, ma anche lo sconvolgimento di avere un docente che sembra non conoscere per niente la sua professione.

Il film crea stratificazioni straordinarie dal punto di vista di un’indagine sociologica, e di come, un insegnante, oggi,  ha un ruolo che deve essere quello di un docente attento: un maestro non di vita, ma un esecutore materiale di lezioni da imprimere nella testa di un fanciullo tralasciando la sua dimensione intima. Non un educatore che può ascoltare o condividere emozioni con i suoi alunni, ma una persona che rappresenta un punto di una filiera dove sono incastonati in modo quasi stridente: psicologi, pedagoghi e professionisti al fine di migliorare, controllare, incanalare quelle personalità con grosse problematiche relazionali.

La fine è rassicurante, quella che tutti attendiamo, che racconta il passaggio intermedio da crisalide a farfalla.
Capirete il motivo di questa mia chiusura, proprio vedendo la pellicola, che consiglio vivamente.

Ha vinto il Toronto Film Festival e una sezione del Festival del film di Locarno nel 2012 (Variety Piazza Grande Award).
E’ stato candidato agli Oscar nella categoria come miglior film straniero, sempre nello stesso anno.

Teaser:


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