Magazine Diario personale

My appetite for destruction

Da Robyp

MY APPETITE FOR DESTRUCTION

My Appetite For Destruction - Steven Adler con
Lawrence J. Spagnola

Vidi i Guns N' Roses tre anni fa, al Palalottomatica di Roma. Avevo un biglietto di troppo in tasca (la persona che doveva venire con me aveva rinunciato il giorno precedente), così dovetti cercare un sostituto/a fino ad un paio d'ore dall'inizio del concerto. Missione compiuta, ma quella fu ugualmente una serataccia. Nel pieno rispetto della tradizione, Axl si presentò in ritardo, come se far aspettare migliaia di fans impazienti fosse la cosa più naturale o rock del mondo. Per quanto riguarda l'acustica, anche in questo caso c'era una tradizione da rispettare, e per tutta la durata dello spettacolo mi parve come se le canzoni provenissero dall'interno di una macchina, parcheggiata fuori dall'impianto. Axl era in buona forma vocale, e devo dire che non si risparmiò, ma fin dall'inizio fui pervaso da una sensazione strana. Mi venne in mente il concept alla base di Wish You Were Here dei Pink Floyd (omaggiati da Axl nel corso della serata), l'assenza. Ci troviamo qui, ma in realtà siamo da tutt'altra parte, siamo i Guns N' Roses ma anche no. Il gruppo che si muoveva sul palco non aveva nulla a che fare con quello di un tempo, che nel corso degli anni aveva perso tutti i pezzi, uno dopo l'altro, in modo traumatico. I Guns N' Roses, saliti negli anni d'oro in vetta al mondo, si erano trasformati in una sigla. Niente di più, niente di meno.
Il primo ad andarsene, o meglio, ad essere cacciato fu Steven Adler, con buona pace di tutti i componenti della band, nessuno escluso. Il biondo batterista degli esordi fu estromesso per i suoi cronici problemi di droga, è proprio lui a parlarcene in My Appetite For Destruction, autobiografia scritta con l'indispensabile aiuto di chi, in questi casi, deve riordinare e dare una forma compiuta a un fiume in piena di ricordi, importanti ma disordinati, spesso sconnessi. Credo che le prime pagine del libro, che gettano luce su infanzia e adolescenza di Steven, decisamente problematiche, sull'amicizia con Slash e sugli inizi dei Guns N' Roses fino al raggiungimento del successo planetario, siano quelle più belle. Dalle biografie ci si aspetta proprio questo genere di notizie e aneddoti, che ci permettono di conoscere meglio i personaggi che consideriamo da sempre stelle irraggiungibili. Poi però, mentre gli eventi si susseguono, My Appetite For Destruction prende una piega diversa, prevedibile. La discesa all'inferno di Steven Adler, descritta con dovizia di particolari rende monotona la narrazione. Ne ho letti molti di libri così, scritti da persone che hanno rischiato di gettare via tutto. Gli eccessi, oltre a rendere sostanzialmente piatta l'esistenza di tante rockstar, hanno malevoli effetti sui libri che decidono di scrivere, presi dalla smania di vuotare il sacco, li avvelenano rivendicando il loro insostituibile ruolo. Li rendono simili a una folle corsa verso il baratro in attesa della redenzione, che non è data tanto dal ripudio del passato, quanto piuttosto dall'atavico desiderio di prendere in mano la propria vita.
Alla fine si torna sempre al punto di partenza, e dal cliché sesso, droga e rock 'n' roll, condito da guerre intestine, lotte per il potere e aule di tribunale non se ne esce quasi mai. Ci sono casi in cui risulta sgradevole scoprire cosa c'è dietro le copertine dei dischi che amiamo. Eppure, mentre il libro volge al termine, mi rendo conto di nutrire una certa simpatia per Steven Adler. Da solo o aiutato da qualcuno, il sacco lo vuota davvero. Senza vittimismo, senza invocare la comprensione di chi legge. Lo fa unicamente per se stesso, per continuare a stare bene. My Appetite For Destruction è la storia di un ragazzo sfortunato, poi fortunatissimo, poi di nuovo sfortunato. Poi, forse, finalmente sereno.
         

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