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NAGORNO-KARABAKH: Uno stato nel limbo

Creato il 01 novembre 2011 da Eastjournal @EaSTJournal

di Silvia Padrini

NAGORNO-KARABAKH: Uno stato nel limbo

La progressiva liquefazione degli Stati. Un mondo in cui le decisioni sono più fluide e senza confini. Niente più guerre territoriali. Questo ci prospettano studiosi e cartomanti. Sarà. Per il momento la questione del limes rimane vitale per tutti gli Stati del globo terracqueo. Con la differenza che alcuni esistono per sé ma non per gli altri. Sono indipendenti dall’interno, ma quasi inesistenti dall’esterno.

Europa orientale e Asia minore presentano una concentrazione di tali entità ben superiore alla media mondiale. Quattro regioni condividono una situazione di indipendenza dichiarata unilateralmente a cui fa da contraltare il mancato riconoscimento come Stato da parte della comunità internazionale. È il caso di Nagorno Karabakh, Abkhazia, Ossezia del sud e Transnistria.

Il riconoscimento da parte del complesso della comunità di Stati è considerato dal diritto internazionale elemento costitutivo dell’entità statuale ma è anche un simbolo: sta a significare l’accettazione dell’altro come attore alla pari.

Queste regioni pongono questioni e domande interessanti, testimoniate dal semplice fatto che si è continuamente indecisi sul nome con cui chiamarle. Ma, chiaramente, non finisce tutto lì. Il caso del Kosovo ha dimostrato come sia vario e ricco il dibattito internazionale quando nasce un nuovo Stato e può capitare che si riversino fiumi di parole su situazioni fino a quel momento poco considerate.

È dunque meglio conoscere per non cadere dalle nuvole.

La vicenda del Nagorno-Karabakh

Il Nagorno-Karabakh è uno stato nel limbo. La regione del caucaso meridionale da decenni contesa tra Armenia e Azerbaigian, è uno di quei paesi dallo status che possiamo definire “incerto”.

Autoproclamatosi indipendente nel 1991, da allora vive sotto il controllo militare armeno e non può vantare nemmeno un riconoscimento ufficiale come Stato da parte degli altri 194 Stati sovrani attualmente esistenti nel mondo.

Territorio limitato e storia nell’ombra, il Nagorno-Karabakh rivela un passato e un presente alquanto complessi ed intrecciati ad una molteplicità di interessi che vanno ben oltre i suoi tanto dibattuti confini.

Storicamente abitata da popolazioni armene e cristiane, con alle spalle due secoli di dominazione safavide, negli ultimi duecento anni le sorti della terra contesa sono in buona parte dipese dalle strategie politiche della potente Russia.  Parte dell’impero russo dagli inizi dell’ ‘800, dopo la rivoluzione bolscevica l’intera Transcaucasia si frammentò in Georgia, Armenia e Azerbaigian. Precedentemente, i bolscevichi avevano promesso il Nagorno-Karabakh all’Armenia, ma in seguito furono gli interessi strategici ad avere la meglio: Mosca decise di conquistarsi l’amicizia  della Turchia  concedendo il Nagorno-Karabakh al filo-turco Stato azero, il quale lo rese regione autonoma. L’ingombrante decisione presa da Stalin è uno degli smacchi che la gente del posto -austera e fiera- non ha mai lasciato ricoprire della polvere dell’oblio.

La situazione tornò a precipitare rapidamente con la dissoluzione dell’Urss. La tensione tra Armenia e Azerbaigian fu di nuovo a livelli d’allerta: nella regione si andò concretizzando un processo di “azerificazione” forzata e, dopo il voto interno all’Armenia che sancì l’intenzione di riprendere il controllo sull’area, si moltiplicarono nei due Stati in conflitto violenti pogrom contro le rispettive minoranze etniche.

Il 1991 è l’anno di nascita dello Stato del Nagorno-Karabakh, in seguito ad un referendum tra la popolazione locale, il quale fu però boicottato dagli armeni. Nel vuoto di potere conseguente al crollo dell’Urss e decisi a difendere le proprie rivendicazioni, Armenia e Azerbaigian si affrontarono in tre anni di aspro conflitto che causarono la morte di oltre 30.000 civili. L’Urss non esisteva più, ma la classe dirigente e gli interessi russi non erano mutati molto: Mosca, infatti,  sostenne entrambe le parti per tenerle sotto il proprio controllo e influenzare l’andamento della partita.

Nel 1994 venne concordato un cessate il fuoco ma la situazione, da allora, non ha visto significative evoluzioni: dieci anni di stallo nei processi di pace hanno avuto un epilogo fumoso con l’inconcludente processo di Praga del 2004 e altri che l’hanno seguito. Il nodo della questione sta  nell’incompatibilità delle pretese che si trovano sui due piatti della bilancia: interessi petroliferi vs. principio di autodeterminazione dei popoli.


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