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Natalia Ginzburg, Pietà universale.

Da Silvy56
Natalia Ginzburg, Pietà universale.
Penso che la peggiore disgrazia che sia successa oggi agli uomini, sia il trovare così difficile identificare, nei fatti che accadono, le vittime e gli oppressori. (…). Ci rendiamo conto che, scavando in profondità, non esiste essere umano o condizione umana che non abbia patito ingiustizie e non meriti comprensione. Ma in una simile comprensione universale, nessuno più può essere giudicato, né condannato. La responsabilità individuale, e il giudizio morale, sembrano così destinati a scomparire dalla terra. (…). La coscienza della nostra incapacità di individuare e inseguire il vero, attraverso milioni di implicazioni, spiegazioni e diramazioni, è fonte per noi di una profonda infelicità. In presenza di ogni singola azione che saremmo spinti a chiamare crudele o ingiusta, ci diciamo o ci dicono che ve ne sono altre in altri punti del mondo ancora più ingiuste, più crudeli e più sanguinose. Così il momento di sdegnarsi è per noi sempre dilazionato o proiettato altrove. Quando crediamo di aver individuato il male e un colpevole in una persona precisa , sulla quale vorremmo riversare il nostro giusto odio, ci diciamo o ci dicono che dietro a quella persona vi sono istituzioni, potenze, intrichi di interessi e che quella persona, osservandola con attenzione, non è in fondo null’altro che una vittima inerme e priva di colpa. (…). Pensiamo o ci dicono, che è stupido usare il nostro solito metro del bene e del male.(…).E tuttavia pensiamo che,per quanto irriso e da noi definito rozzo, esso è però uno strumento di qualità insostituibile. Senza di esso il mondo è per noi totalmente indecifrabile. (…). Così oggi, lo strumento del bene e del male ci casca dalle mani come una vanga e non possiamo che lamentare la sua rozzezza e la sua povertà. (…). Nella commiserazione universale ,siamo assolutamente sicuri di non sbagliare. Essa ci sembra l’unico sentimento al quale ci possiamo abbandonar senza commettere errori. (…) La nostra non è forse una scelta morale ma è piuttosto un ubbidire a un istinto di affinità. Non sappiamo nemmeno immaginare un mondo felice dove i vincitori non siano odiosi. Soltanto in quelli che perdono ci sembra di poter riconoscere i nostri simili, perché se li chiamiamo vittime sventurate e calpestate,almeno nel momento presente siamo certissimi di non sbagliare.

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