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NE OBLIVISCARIS – Citadel (Season of Mist)

Creato il 07 novembre 2014 da Cicciorusso

10562677_10152590272819898_6207267205347387563_oDue anni fa mi avevano letteralmente lasciato di stucco con Portal of I, che è uno di quei dischi capaci di farti sentire forse un po’ inadeguato. Il pregio più importante di quel lavoro consisteva nel fatto che nemmeno a un orecchio distratto e poco avvezzo a un simile livello di interferenze tra stili sarebbe apparso come un’accozzaglia indistinta di suoni. Questo è il complimento più grande che mi sento di fare ai Ne Obliviscaris, perché la capacità di rendere comprensibili anche agli ignoranti cose complicate è propria solo dei grandissimi (per fare un esempio, si pensi agli Enslaved). Che, quindi, sapessero suonare più che bene lo avevano già abbondantemente dimostrato proprio in quell’esordio, incensato come meritava su questi schermi. Oggi siamo al secondo disco che, come noto, è di per sé uno scoglio difficile da superare senza rischiare di schiantarsi rovinosamente, a maggior ragione dopo che ci si è presentati alla scena metal non a mano tesa, come si converrebbe a persone ben educate e animate delle migliori intenzioni, bensì menando sciabolate e mozzando arti a destra e manca per farsi spazio a forza in un mercato, soprattutto quello di un paio d’anni fa, saturo di buone novità e ancora migliori conferme.

Cercando di tagliar corto col noioso, ma purtroppo necessario, gioco delle differenze tra il vecchio e il nuovo album, basti sapere che, se il primo era fondato su una base melodica di violini e arpeggi e su una sezione ritmica soft, ai limiti del jazz, sulle quali venivano montate ad arte brevi ma efficacissime sfuriate di matrice black metal accompagnate da corpose dosi di voci pulite, oggi il rapporto di equilibri è ribaltato. Sono infatti gli interludi strumentali di più ampio respiro che vanno a incunearsi tra le sezioni veloci, che la fanno da padrone ma, gravitando intorno a un death metal tecnico ed ipertrofico, prediligono questa volta i growls, l’entropia e il caos a scapito delle clean vocals, del violino e, più in generale, delle atmosfere. Resta comunque presentissima quella vena prog che fa sì che i tizi di Metal Archives etichettino gli australiani come una band extreme progressive (bah!). Il fatto che, inoltre, abbiano ridotto la durata totale del disco (Portal superava l’ora e dieci) ma non la durata media dei pezzi rende Citadel leggermente più fruibile ma comunque intellettualmente impegnativo, per quanto emotivamente meno coinvolgente, almeno dal mio punto di vista. Anche se gli sviluppi futuri possibili di questo gruppo non mi sono ancora ben chiari (inorridisco e rabbrividisco all’idea che possano cedere al richiamo perverso di una di quelle categorie del metal che finiscono in -core), vorrei ribadire che, per quanto mi riguarda, ‘sti qui restano una spanna sopra le varie proposte venute fuori negli ultimi due/tre anni. (Charles)

Potete ascoltare lo streaming ufficiale di Citadel a questo link.



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