Need not some promised land

Creato il 23 marzo 2015 da Danielpeekaboo

Continuava a dirsi che era solo un momento. Come ce n’erano stati tanti. Momenti in cui tutto pare insormontabile e nulla pare sensato. Ma questa volta il momento stava diventando un periodo e il periodo la quotidianità. Lentamente ogni piccola luce di speranza sembrava spegnersi. Se da un lato le paure e le angosce del passato sembravano avere trovato una propria valenza ontologica nel presente, dall’altro sembrava essere nata una nuova consapevolezza, quella del fallimento. Il tempo per continuare a sbagliare senza conseguenze era terminato. Adesso che era un uomo, ogni sbaglio trovava immediatamente un effetto nel presente. La sconfitta era ormai il suo pane quotidiano: nonostante l’impegno non aveva trovato il suo posto nel mondo, si era perso tra le mille possibilità e nei vicoli ciechi. Aveva la sensazione di essere l’unico a non aver trovato il proprio posto. Tutti gli altri, in un modo o nell’altro, ci erano riusciti. Tutti avevano uno scopo, un significato, un percorso, per cui valesse la pena continuare a lottare. Lui no. E ripensava alla sua adolescenza: aveva sofferto tanto senza una vera ragione e solo adesso poteva intuire il perché. Quell’adolescente era stato un veggente. In qualche modo aveva visto nel suo futuro quello sconfinato dissesto e la sua anima si era pervasa di tristezza. Allora non capiva l’origine di un malessere così profondo che lo costringeva a letto con gli scuri chiusi per impedire al sole del sabato pomeriggio di ferirlo nella sua cupezza. Il dolore bastava a se stesso, non pretendeva spiegazioni per realizzarsi. Dopo tanti anni, solo adesso aveva capito. Il cerchio si era chiuso nella realizzazione della profezia inconsapevole di quel ragazzino scheletrico. In fondo lui non era cambiato molto ma tutto ora era diverso. Non c’era più lo spazio per chiudere fuori il mondo. Il mondo lo aveva tagliato fuori ma senza alcuna pietà pretendeva di impedirgli di fuggire: doveva consumarsi anno dopo anno, davanti agli occhi di tutti, sotto il pieno sole. Da questa consapevolezza veniva quel pensiero fisso. Lo aveva già conosciuto. Non erano passati tanti anni da quando scriveva di suicidio. In fondo di quello parlava il suo primo racconto. Un inno alla libertà dall’oppressione dei pensieri più cupi. Ma adesso questa nuova voglia di andarsene aveva un senso più feroce e più asettico: non c’era più una disperazione incosciente ma una volontà forte e consapevole. Lottare era ormai quasi un modo per prendersi gioco di se stesso. Ora sapeva che non c’era un futuro per lui, solo un lento trascinarsi per tentare di sopravvivere. Non aveva più motivo di continuare così inutilmente ad andare avanti così. Non era una fuga, era il naturale epilogo. Nessuno intorno a lui avrebbe potuto biasimarlo. Era la cosa giusta da fare. Ora doveva solo decidere come e quando. Ma la decisione era presa. La terra promessa non era mai stata raggiunta. O forse non c’era nemmeno mai stata la promessa per lui. Aveva percorso tante strade per rimanere fermo, immobile. Non poteva più guardarsi ogni giorno allo specchio e vedere quegli occhi spenti, privi di luce. Quegli occhi dovevano chiudersi per sempre. E il ritornello era sempre lo stesso. “Decaying as I am Need not some promised land I know that I am failing Acceptance was the plan”.
Le parti in inglese sono tratte da "Improv" by JJ72

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