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Non ho l’età - Speciale

Creato il 23 marzo 2014 da Intrattenimento

Da piccoli a grandi videogiocatori: la vita di chi, a trent'anni, non vuole rinunciare a impugnare un joypad, contro tutto e tutti

Ormai abbandonati i "venti", in alcuni casi anche da un bel pezzo, siamo quelli che hanno visto Super Mario muovere i primi passi. Siamo quelli che hanno cercato il segreto di Monkey Island e vissuto l'ascesa delle avventure grafiche. Siamo quelli che si sono schierati a discutere per ore e ore sull'infinita diatriba Amiga contro PC e siamo quelli che, bloccati in un gioco, per andare avanti non potevano fare altro che continuare a sbatterci la testa o ricorrere ai consigli di un amico. Al di là dell'aspetto nostalgico legato ai tempi vissuti, arrivati nel 2014 il nostro rammarico è anche quello legato all'enorme quantità di tempo avuto all'epoca a nostra disposizione per dedicarci alle suddette attività, ormai perduta come lacrime nella pioggia. È duro ammetterlo, ma è così: siamo infatti quelli che ora hanno un lavoro di (almeno) 8 ore, con cui pagare un mutuo o un affitto sulla casa. Siamo ora quelli che hanno riempito la suddetta dimora con le nostre inseparabili console, ma anche con qualcuno che condivide con noi lo stesso tetto. Siamo quelli che ora devono fare i conti con spese da fare, cene da preparare e liste interminabili da spuntare, ma siamo e saremo sempre anche quelli che amano i videogiochi: pur essendo sempre vivo e ardente nei nostri cuori, tale amore deve però fare i conti coi mille impegni e responsabilità che l'età adulta ci impone. Tra un pizzico di rimpianto per i tempi spensierati che furono e la matura consapevolezza di quelli che sono, vogliamo fare oggi un viaggio nella vita di chi - nonostante l'avanzare dell'età - pur facendo i salti mortali non perde occasione per dedicarsi alla propria passione di una vita, destinata a non morire mai.

Due cuori e una console

La prima entità con cui il videogiocatore over 30 è costretto a scontrarsi in casa, è naturalmente il suo partner. Poco importa se è anch'egli un videogiocatore o meno, perché seppur differenti i problemi ci sono sempre: abituati a fare i cosiddetti porci comodi, coccolati e viziati dai genitori fino alla decisione di andare a vivere con chi si ama, da questo punto di vista l'esperienza casalinga in due assume dei tratti da strategico in tempo reale, in cui calcolare le mosse in un lampo. Tempi che si assottigliano se il partner è anch'egli un videogiocatore incallito, che puntualmente ogni sera punta a fregare la postazione. Stabilire dei turni può rappresentare una tregua, ma l'unica vera soluzione diventa quella di essere in possesso di un doppione di tutto, gravando così sul bilancio casalingo ma risparmiandosi una bella dose di rodimenti di fegato, dovuta alla una corsa a ostacoli nella quale si trasforma la presa di possesso dell'agognata postazione, dove uno dei due deve giocoforza soccombere. Nel caso in cui chi convive con noi non ami invece passare il proprio tempo coi videogiochi, le problematiche sono diverse, ma piuttosto simili nel risultato: la richiesta di cedere la postazione di gioco diventa quella di guardare un film, uscire o chissà cos'altro, anche (e, per qualche strana ragione, soprattutto) nei giorni più sacri per il videogiocatore. Per non parlare del famoso "allarme da divano", in grado di far ricordare al partner di qualsiasi cosa ci sia da fare nell'esatto momento in cui le membra posano sui soffici cuscini: dal classico dover gettare l'immondizia a cose più fantasiose, come chiamare la prozia per sapere come va l'unghia incarnita, tutto serve a contrastare l'ingombrante presenza dell'odiata console. Se non credete che tutto ciò sia vero, provate a chiedere a tutti coloro i quali - dopo averla attesa a lungo - hanno dovuto rimandare la loro "prima notte" con PlayStation 4 e Xbox One o, come leggenda narra, a quante coppie sono scoppiate lo scorso 14 febbraio, a causa dell'arrivo simultaneo della beta di Titanfall e di Left Behind, contenuto aggiuntivo di The Last of Us. Voci narrano che sia stato un vero e proprio San Valentino di sangue tra le mura domestiche popolate da almeno un videogiocatore.

Non ho l’età

Fuorilegge

Arriva il giorno in cui nella casa da due si passa a tre, e non perché un nostro amico è venuto a trovarci per giocare insieme a FIFA 14. Stiamo parlando dello spartiacque della vita in comune, nonché per molti l'evento più bello che la vita possa regalare: diventare genitore. Prima che qualcuno ci accusi di essere degli insensibili, possiamo confermare che è davvero tra le più grandi cose che possano capitare a una persona, ma è altrettanto innegabile che il lieto evento renda il già poco tempo libero una merce talmente rara da trasformare il videogiocatore in un autentico fuorilegge: il suo bottino non sono né soldi né gioielli preziosi, ma mezz'ore da dedicare al proprio passatempo preferito.

Non ho l’età
Le estenuanti sessioni videoludiche, già irrimediabilmente fiaccate da tutto quanto elencato nei paragrafi precedenti, si convertono in attimi fugaci, vissuti quasi come se PC e console fossero amanti segreti. Il giocatore-neogenitore è costretto a muoversi con estrema circospezione, abbracciando quelle che di colpo diventano sue grandissime amiche: le tenebre. Quando tutti dormono, il ninja videoludico ritorna a essere quello di un tempo, sentendosi una sorta di Clark Kent dell'intrattenimento elettronico pronto, almeno nella sua fervida immaginazione, a dedicarsi a ore e ore di gioco anche sapendo che la sveglia suonerà come sempre al mattino successivo. Incredibilmente, a volte ci riesce davvero e, tronfio del proprio successo contro l'età matura, torna a letto sempre stando attento a non fare il minimo rumore. La maggior parte delle volte, però, egli perde la sfida col sonno, finendo per addormentarsi col pad in mano sul divano anche nel bel mezzo di una partita ad Outlast alle 22:00 di sera: umiliato, stanco e convinto solo nella sua testa di aver giocato fino alle 2:00 di notte.

Piccole pesti

Al videogiocatore più incallito, la solitudine delle tenebre può non bastare: il blockbuster di turno o una sfida inderogabile può spingerlo al gioco anche in orari in cui ci sono altre persone sveglie per casa. All'inizio, il bebè lo abitua anche piuttosto bene, standosene lì a

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guardare in alcuni casi anche divertito da quello che succede sullo schermo (mica giocherete a Grand Theft Auto davanti ai vostri figli, vero?), ma col passare dei mesi le cose iniziano a precipitare. Lo spirito d'imitazione del pupo, unito alla crescente consapevolezza dei propri arti, lo porta infatti a sbattere le mani sulla tastiera come se ci avesse visto sopra una zanzara assassina; le cose non migliorano neanche con l'uso del joypad, visto che anche in questo caso il piccolo vorrà impossessarsi del magnifico strumento. In realtà, esiste un trucco che ogni videogiocatore ha adottato nei primi mesi di vita del figlio: quello di dargli in mano un pad spento per ingannarlo in modo subdolo, ma efficace. Anche in questo caso, però, la soluzione dura poco, perché ben presto la piccola canaglia si rende conto che il controller veramente funzionante è quello nelle mani altrui, lanciandosi all'assalto con la forza e la tenacia di uno zombie che non mangia da una settimana. Altri tipi di attentati all'attività videoludica
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vengono messi in atto grazie all'istinto che porta ogni bambino a trovare il tasto di spegnimento di tutti i dispositivi elettronici esistenti in circolazione, dal case del PC più complicato (fondamentali quelli con lo sportello!) allo strano caso di Xbox 360 dove, a causa della sua forma, il bottone diventa una sorta di bersaglio al quale è impossibile resistere. L'attacco finale è rivolto alla distruzione di tutto ciò che si trova a portata: impossibile contare i tentativi di scaraventare a terra la console, così come quelli di spaccare il televisore provando a premere su qualsiasi elemento sia presente sullo schermo, usandolo come se fosse una sorta di touchscreen da 50 pollici. La presenza di un'anima innocente nei paraggi porta inoltre il giocatore all'autocensura, e alla rinuncia di tutte le varie e variopinte imprecazioni che fino a pochi anni fa erano il sale delle proprie partite: la chiusura della valvola di sfogo dallo stress videoludico porta a livelli d'incazzatura repressa mai toccati prima. Come se non bastassero i salti mortali che il genitore è costretto a fare per giocare, tutto questo si ripercuote in maniera amplificata all'interno dell'esperienza multiplayer, in grado di assumere dei tratti drammatici con pause sempre troppo brevi (quando ci sono) e fasi di gioco disturbate ad arte dalla piccola peste. Fortunatamente, le partite online tra chi è nella stessa condizione contemplano una sorta di fair play genitoriale, basato su regole non scritte secondo le quali l'interruzione causa bambino è in grado di giustificare tutto.

La grande bellezza

La vita tragicomica e infarcita di aneddoti del genitore-giocatore regala molto spesso anche dei momenti imperdibili. Le azioni di disturbo dei figli, di cui abbiamo parlato poco fa, vengono usate in realtà anche come scusa per giustificare un errore o una sconfitta: nessuno lo ammetterà mai, arrivando nei casi più estremi anche a simulare un pianto di neonato per giustificare un gol subito.

Non ho l’età
Se le risate continuano a non mancare, è anche dimostrato come mettere su una famiglia renda videogiocatori più attenti: da acchiappatutto si diventa infatti molto più intelligenti, ricorrendo a un'accurata selezione per decidere a cosa dedicarsi nel pochissimo tempo prezioso che si ha a disposizione. Nonostante all'apparenza ci urtino, gli sforzi dei nostri figli di capire quello che facciamo ci riempiono di orgoglio, nella nostra ansiosa attesa che ci porta a tendere vero il momento in cui essi inizieranno a condividere la nostra passione di sempre. Abbiamo già tutto pronto per il suo tramandamento, curato sin nei minimi dettagli: sappiamo infatti già dalla sua tenera età quale sarà il primo tipo di console e di gioco che nostro figlio necessariamente proverà per primi, iniziando così col nostro imprinting la loro carriera da videogiocatori nello stesso modo in cui li inizieremo al tifo per la nostra stessa squadra del cuore. I bei tempi andati sono ormai andati, ma la nostra consapevolezza è quella di aver costruito qualcosa senza mai rinunciare alla nostra passione. E voi over 30 all'ascolto, vi identificate con quanto finora raccontato? Avete altro da aggiungere? Fatecelo sapere!


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