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Not Only Burgers

Da Bitmag

Not Only Burgers   Parlando di Italia e di italianità, si fa presto a tirare in ballo il discorso cucina. Noi, il paese del buon cibo e del mangiar sano. Noi, che ad ogni ingrediente, anche a quelli giuntici dall’estero, abbiamo dato un nome italiano e lo abbiamo, in qualche modo, reso parte di un piatto tipico. Noi, che possiamo vantare un’esperienza millenaria in fatto di mangiare, siamo, forse proprio per questo eccesso di conoscenza, i primi a cadere vittima di luoghi comuni e stereotipi quando si parla di cucina altrui.
L’”invasione culturale” americana che, prevalentemente dagli anni ’80, ha investito il nostro paese ci ha fatto conoscere i fast food e, come immediata conseguenza, ce li ha fatti catalogare come cibo di matrice americana. I McDonald’s spuntano come funghi nelle nostre città regalando agli adolescenti di oggi l’illusione di sentirsi parte del grande paese che li ha creati.
“E’ così che si fa negli States, è così che si mangia”. Questo, il pensiero che ha dato vita negli ultimi anni alle fazioni che ancora oggi si battono a parole per far valere la propria idea su quella che dovrebbe essere l’etica del mangiare. Da una parte c’è chi crede che il “cibo veloce” sia un inevitabile fattore della nostra evoluzione culturale e che non esistano, perciò, validi motivi per privarsene. Dall’altra c’è chi alza il mattarello e resiste sostenendo che gli hamburger fanno male e andrebbero boicottati: “E’ per questo che gli americani sono tutti grassi!”. Nel mezzo, indecisi sul da farsi, si trovano quelli che scelgono un approccio più diplomatico e dicono che una moderata dose di tutto non può di certo ucciderci.
Per quanto mi riguarda, dopo cinque mesi trascorsi negli Stati Uniti, credo che nella foga del dibattito stiamo tralasciando un fattore importante.
Gli Stati Uniti, per le stesse ragioni storiche che li hanno creati, sono il più grande melting pot che l’occidente conosca. La stessa cultura americana che noi europei abbiamo a volte idolatrato, altre criticato è composta da un gran numero di altre culture che da sempre hanno convissuto in quei territori.
Questo ha di certo impedito il formarsi di una visione unitaria e condivisa e uno dei primi aspetti a beneficiarne è di certo la cucina.
Da molti anni ormai, ad esempio, tutto il continente nord americano si sta confrontando apertamente con quella che noi abbiamo appena scoperto essere, la cultura asiatica. Questo tipo di confronto passa, ovviamente, per la tavola. Ecco perché le città americane, già gremite di ristoranti italiani, messicani e latini in genere,  si sono arricchite di luoghi di ristoro che offrono cibi orientali. La scelta è ampia anche in una cittadina come quella di Tucson in Arizona, dove mi è capitato di trascorrere molto tempo.  
Solo girando per le strade che circondano il campus universitario ci si può imbattere in ristoranti dalla cucina tailandese, giapponese, vietnamita, cinese, coreana e altro ancora. Gli stessi “americani” stanno facendo fronte alla necessità di consumare cibi più sani frequentando sempre più di buon grado questo genere di ristoranti.
Il cibo asiatico, d'altronde, fa largo uso di ingredienti che anche nella nostra cucina sono ritenuti sani e nutrienti come verdure lessate,  pesce,  soia,  riso ed estratti del riso.
Durante la mia permanenza negli States ho avuto testimonianza diretta di questo crescente interesse dell’America così detta dei fast food  nei confronti del cibo orientale, quando, pochi giorni prima di fare ritorno in Italia, proposi all’ex docente di fotografia della quale ero ospite di andare a cena in un locale tipico per concludere la mia permanenza e ringraziarla dell’ospitalità ricevuta.
“Volentieri” rispose Miss Long. “Dimmi solo cosa ti piacerebbe mangiare: messicano, tailandese, vietnamita, giapponese…”
Non credo di dover aggiungere altro se non che forse dovremmo permetterci anche noi di fare esperienza di cibi provenienti dall’estero un po’ più spesso. E magari, perché no, imparare ad usare i chopsticks. Non finirò mai di stupirmi di ciò che si può fare utilizzando queste due semplici bacchette di legno. 
Nicola Paccagnani
   


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