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Note di prosa - 60

Creato il 13 gennaio 2011 da Sulromanzo

Da “Fame” di Knut Hamsun

 

Non ero abbastanza stanco… non riuscivo ad addormentarmi e rimasi a lungo a fissare il buio, a guardare l’oscurità densa e compatta, imperscrutabile, inconcepibile. Sentivo il contatto del buio come un incubo opprimente. Chiusi gli occhi, mi misi a canticchiare sotto voce, mi voltai e rivoltai sul cuscino per distrarmi. Tutto inutile. L’oscurità mi aveva stretto nelle sue spire e non mi dava un istante di requie. Mi ero sciolto addirittura nel buio? Mi ero immedesimato, confuso con l’oscurità? Mi misi a sedere sul letto e tesi le braccia.

L’eccitazione nervosa si era impadronita di me ed era inutile cercare di vincerla. Me ne stavo seduto in preda alle più bizzarre fantasie, tentavo di cullarmi, mi cantavo le ninne nanne, cercavo di addormentarmi ed ero tutto sudato per lo sforzo. Aguzzavo gli occhi nel buio: un buio simile non l’avevo mai visto. Non c’era dubbio: mi trovavo in un genere speciale di oscurità, in un elemento disperato che nessuno aveva mai osservato fino allora. La mia mente era occupata dai pensieri più ridicoli e ogni cosa m’incuteva spavento. Mi scervellavo per un buco che avevo trovato nella parete accanto al letto, il buco di un chiodo, un segno nel muro. Vi soffiai dentro e cercai di indovinarne la profondità. Oh, quello non era certo un buco innocuo, tutt’altro! Era un buco misterioso, perfido, dal quale dovevo guardarmi. Ossessionato da questa idea, fuori di me per la curiosità e la paura, dovetti infine alzarmi e cercare il temperino finché non lo trovai. Così potei misurare la profondità del buco e assicurarmi che non attraversasse il muro fin nella cella attigua.

Mi coricai di nuovo e tentai di addormentarmi, ma in realtà continuai a lottare contro le tenebre.

 

***

Adagio per archi di Samuel Barber

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