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NUMERO6, Michele Bitossi

Creato il 04 marzo 2013 da The New Noise @TheNewNoiseIt

Numero6

Prolifici sovrani del power pop italiano (e in ottima posizione mondiale, se il mondo si accorgesse di più di quante “buone cose musicali” ci siano in Italia), da qualche mese i Numero6 hanno pubblicato un nuovo disco e sono in tour a promuoverlo. Di seguito, l’intervista con il “leader maximo”, Michele “Mezzala” Bitossi.

Partiamo dall’attualità: il secondo singolo tratto dal nuovo disco, sembra stia andando molto bene e che a supportarlo ci teniate davvero più del solito. Come è stata scelta proprio “Storia Precaria”? 

Michele Bitossi: A mio avviso “Storia Precaria” è molto rappresentativa di quello, che almeno in parte può essere considerato un “nuovo corso” all’interno della produzione dei Numero6. Già durante la scrittura di I Love You Fortissimo, l’album precedente, i miei compagni di avventura mi avevano espressamente chiesto di provare a scrivere testi rivolgendomi maggiormente all’esterno rispetto al passato. D’altra parte, proprio in quel periodo, avevo intrapreso anche il mio percorso solista come Mezzala con l’album Il Problema di Girarsi, nel quale i testi erano parecchio autobiografici. Per me si è trattato di un input molto stimolante che mi ha portato a scrivere attingendo deliberatamente dalla realtà che mi circonda, raccontando storie. Nel caso del nuovo singolo da Dio C’è, parlo di un ragazzino che cerca di fuggire dalla grigia e avvilente realtà in cui vive inseguendo un sogno alimentato dalla grande bolla di sapone del nuovo rap italiano e dai suoi protagonisti che, spesso, sono dei furbissimi ciarlatani che cercano in tutti modi di battere cassa fina a che è possibile, proponendo spesso il nulla più assoluto. La canzone è comunque ironica, nella sua drammaticità, e ci piace davvero tanto anche per la sua struttura inconsueta: una prima parte molto pop e una lunga coda elettronica che testimonia la nostra collaborazione con Autobam, un producer toscano – secondo me – geniale. Insomma, “Storia Precaria” è un bel singolo da sette minuti e mezzo, con cui, se ce ne fosse stato ancora bisogno, rivendichiamo a chiare lettere la nostra totale indipendenza ed estraneità alle logiche commerciali.

Ai tempi di I Love You Fortissimo, mi dicesti che avevate pronte già altre canzoni, tante da poterle utilizzare per un altro disco. Dio C’è è partito da lì o quei pezzi non c’entrano più nulla? Come si è evoluta la gestazione e registrazione del disco? 

Francamente adesso non saprei dirti quali delle canzoni di Dio C’è siano nate da spunti già presenti ai tempi dello scorso disco. Questo perché scrivo abbastanza di continuo e posso contare sempre su un buon numero di idee quando si tratta di lavorare su canzoni nuove. Comunque, per questo nuovo album abbiamo provato all’incirca venti nuovi pezzi e abbiamo scelto quelli che ci sembravano avere maggior forza comunicativa. Questo perché puntavamo a un album diretto, fresco, senza troppi fronzoli pur con stratificazioni molto curate dal punto di vista degli arrangiamenti. Si tratta di pezzi scritti tutti di recente, tranne “A Chi È Infallibile”, che è addirittura di fina anni Novanta. L’ho sempre accantonata, poi Tristan (il nostro grande polistrumentista) ha ascoltato il provino e ha semplicemente detto “se non la inseriamo nel disco me ne vado dal gruppo”. Mi è sembrata un’argomentazione piuttosto convincente.

Mi sembra un disco più compatto ed elettrico rispetto al precedente. 

Ed infatti lo è. Desideravamo ardentemente realizzare canzoni che avessero le chitarre come fulcro. In certe canzoni siamo addirittura in tre a suonare la chitarra e la cosa che più mi piace è che sembra ce ne sia una sola. Questo è dovuto al fatto che abbiamo lavorato parecchio sugli incastri delle varie parti, cercando di non appesantire il tutto, ma giocando coi diversi colori a nostra disposizione. L’obiettivo, se vuoi ambizioso, e a mio modesto parere almeno in gran parte raggiunto, era di realizzare un disco che avesse un modo dominante per quanto riguarda il sound e allo stesso tempo varie sfaccettature e arrangiamenti anche abbastanza inconsueti per quanto ci riguarda. Penso alle sezioni di archi e fiati. Solitamente invecchiando si tende a sedersi, noi invece alziamo il volume degli ampli e facciamo molto rumore.

Di solito nei dischi targati Numero6 narri storie a metà tra l’autobiografico e l’invenzione (o reinvenzione) artistica. Nel caso di Dio C’è? Sembra raccontare una storia…

 Come ti dicevo prima a proposito di “Storia Precaria”, è da un po’ che mi piace scrivere storie. Anche la title-track di questo ultimo disco lo è. In questo caso ho cercato di sintetizzare al massimo la vicenda di un poveraccio ridotto ai minimi termini che sta per morire e vuole lasciare un segno facendo un gesto eclatante. Purtroppo per lui finisce male, un po’ come per il protagonista di “Storia Precaria”. “Dio C’è” è poi assai rappresentativa riguardo a quel che dicevamo prima sull’energia e l’elettricità dell’album. È un po’ la nostra “Song 2″.

Come sono stati coinvolti Giulia Sarpero, Lorenzo “Colapesce” Urciullo e Giulia “Une Passante” Sarno? Come mai proprio loro? 

Da sempre sono affascinato dall’idea di collaborare con gente con cui sento, almeno sulla carta, di avere delle affinità. La storia dei Numero6 è costellata di incontri con altri artisti. Penso agli scrittori che ci regalarono brani inediti per il booklet di Dovessi Mai Svegliarmi, a Enrico Brizzi con cui scrivemmo e pubblicammo un album a mio avviso bellissimo (Il Pellegrino Dalle Braccia d’Inchiostro), al mitico Bonnie “Prince” Billy che ha cantato in italiano in “Da Piccolissimi Pezzi” e ad altri ancora. Il coinvolgimento di Colapesce e delle due “Giulie” è avvenuto in maniera molto naturale. Semplicemente sentivo che sarebbe stato interessante provare a inserire delle vocalità diverse dalla mia, che colorassero ulteriormente l’album. Sono nati così dei duetti che ritengo molto azzeccati, opportuni e sinceri. Ho scelto loro sia perché coinvolgere Michael Stipe o Sinead O’ Connor sarebbe stato un po’ complicato, sia perché apprezzo tantissimo il loro modo di cantare, sia ancora perché sono cari amici.

Il tuo libro Piccoli Esorcismi Tra Amici com’è andato? Ti va di parlarcene?

Non ho mai sentito davvero l’esigenza di scrivere un libro, né è una mia ambizione quella di diventare uno scrittore di romanzi. Semplicemente, la casa editrice Del Vecchio mi chiese di scrivere un libro per una collana dedicata a musicisti italiani. Io accettai di buon grado, poi le uscite della collana vennero bruscamente interrotte dopo il primo libro, quello di Peppe Voltarelli, e io mi trovai col manoscritto in mano senza editore. Stavo per accantonare il progetto senza troppi drammi (anche perché sapevo che comunque avrei utilizzato quel materiale in altri modi) ma si è fatta avanti Habanero, una casa editrice genovese molto agguerrita e il libro è uscito con loro. Piccoli Esorcismi Tra Amici è un flusso di coscienza, una serie di scritti volutamente poco organizzati, ponderati e limati. Sono frammenti grezzi di verità. L’accoglienza della gente e degli addetti ai lavori, come mi aspettavo, è stata contrastante. C’è chi ha detestato il libro e c’è chi lo ha amato e per me va benissimo così. Mi sono definitivamente rotto le palle delle mezze misure.

Con un altro passo indietro, l’esordio solista a nome Mezzala quanto è stato positivo e cose ti ha lasciato? Ci sveli qualcosa anche sulla sua realizzazione? 

Da tanto tempo avevo in mente di intraprendere un percorso solista, ma poi per una ragione o per l’altra non riuscivo a concretizzare il progetto. Nel 2010 finalmente ce l’ho fatta ed è uscito Il Problema Di Girarsi, un album che amo molto e che avrà di sicuro un seguito fra qualche mese. Avevo un grande bisogno di ritagliarmi uno spazio in cui essere l’unico “responsabile”, un contesto in cui non dover per forza confrontarsi con altri su scelte artistiche e strategiche, in cui assumersi tutte le responsabilità mettendoci del tutto la faccia. Essere in una band, a una certa età e dopo molti anni, è ancora fantastico ma a mio avviso non può e non deve essere l’unica cosa che fai, anzi. Creare “Mezzala” è stato fondamentale per me perché mi ha permesso, e mi permette, di sfogare in un progetto tutto mio i miei numerosi slanci creativi. Il disco è andato bene e ne sono parecchio orgoglioso anche se, mi sembrerebbe idiota nasconderlo, come sound generale avrebbe potuto essere un lavoro dei Numero6. Questo perché avevo molta “urgenza” e non ho potuto focalizzare completamente tutto ciò che mi frullava in testa. Tuttavia sono assolutamente consapevole del fatto che il mio percorso artistico-musicale come Mezzala dovrà essere d’ora in poi decisamente diverso da quello dei Numero6. Realizzare Il Problema Di Girarsi è stato avvincente, divertente e formativo, perché ho lavorato con una serie di musicisti bravissimi e amici che hanno reso le session molto piacevoli. La co-produzione artistica di un grande come Mattia Cominotto, poi, è stata assai preziosa.

Sempre riguardo Il Problema Di Girarsi, domanda che puoi tranquillamente saltare se non ti va di rispondere, mandandomi allegramente a fare in culo. Hai detto che è stato il disco più sincero della tua vita. Ti va di raccontare canzone per canzone, da cosa derivano i temi trattati e quanto sono legati alla tua vita?

Non ti mando a fare in culo, tranquillo, ma non ti faccio il racconto canzone per canzone. I pezzi di quel disco sono nati in un periodo molto particolare per me. Era da poco mancato improvvisamente mio padre e stavo incredibilmente male. Mi sono buttato ancora di più nella scrittura e nella musica per provare a superare quella fase terribile della mia vita elaborando il lutto nel modo più costruttivo possibile. Di fatto, comunque, si tratta di un disco anche parecchio solare. Non volevo piangermi addosso ma reagire e ci sono riuscito.

Tornando a Dio C’è, cosa trasmette l’artwork e in che modo si lega al disco? 

Lo scatto di copertina è venuto fuori in maniera totalmente casuale e improvvisata durante una session fotografica incentrata su un altro concept, che poi abbiamo scartato. Spesso le idee migliori nascono senza troppa progettualità. Quando abbiamo visto la foto abbiamo immediatamente capito che faceva al caso nostro. Gli artwork di tutti i nostri dischi nascono da concept creativi molto precisi. Se ne occupa da sempre Stefano Piccardo, che sarebbe la persona più indicata per esporti l’eventuale legame che c’è tra le grafiche di Dio C’è e le canzoni dell’album. Solo che io adesso non ho molta voglia di mandargli una mail e di girargli la domanda per cui ti propongo questo: rimaniamo felicemente nel dubbio.

E la The Prisoner Records? 

È l’ennesima delle mie incoscienze. Proprio nel momento di massima crisi discografica ho fondato la mia etichetta. D’altra parte quando ho deciso di metterla in piedi non avevo di certo l’ambizione di arricchirmi con la vendita dei dischi, quanto piuttosto di coronare un sogno che ho da tanti anni, ossia quello di produrre e cercare di valorizzare al meglio artisti che mi piacciono, in cui credo e che reputo meritino visibilità. Sono molto contento di come stanno andando le cose e dei dischi fin qui pubblicati. Ho scelto deliberatamente di non fossilizzarmi su una linea editoriale univoca e infatti Bosio, Tarick1, Kramers, Lava Lava Love e Iacampo, pubblicati fino ad oggi, sono progetti assai diversi fra loro. Mi piace e mi stimola questa visione eclettica. Tra Marzo ed Aprile escono poi tre dischi nuovi a cui tengo moltissimo: il secondo degli Ofeliadorme, il secondo dei Lava Lava Love e quello dei Tomakin.

Come avete preparato il tour di Dio C’è?

Provando e riprovando le canzoni in sala prove. Non ci interessava affatto riprodurre fedelmente il disco, quanto riarrangiare i brani in chiave live, senza particolari restrizioni, lavorando parecchio. Oltre ai pezzi del disco nuovo, abbiamo scelto una decina di canzoni vecchie a nostro avviso in linea con il nuovo lavoro, con l’obiettivo di costruire una scaletta organica. Sono state privilegiate le canzoni più immediate. A questo giro abbiamo deciso di fare meno date rispetto al passato con un approccio un po’ più selettivo relativamente ai posti in cui suonare.

Dato che ti ho visto molto coinvolto nella diatriba nata riguardo il crowdfunding, ci riassumi il tuo pensiero al riguardo? 

Il mio pensiero è identico a quello del mio caro amico Massimo “Dietnam” Fiorio dei Lava Lava Love, che puoi trovare qui.

Dio c’è?

Non direi proprio.

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