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Nuovo Centro Pecci a Prato: De profundis dell’arte contemporanea italiana

Creato il 28 settembre 2015 da Trescic @loredanagenna
Centro Pecci di Prato dettaglio Passato glorioso quello del Centro Pecci per l’arte contemporanea di Prato, oggi in profonda crisi di credibilità nonostante gli sforzi di rimanere il fiore all’occhiello di una città che ha perduto il primato industriale tessile ceduto ai cinesi. Questa la ragione che ha spinto il Comune pratese a ricostruire di sana pianta il nuovo Centro Pecci al quale Elena Pecci, scomparsa pochi giorni fa, aveva donato il progetto che l’architetto olandese Maurice Nio, poi trasformato in un fiammante disco volante di cui la Regione Toscana detiene il 98% della proprietà mentre il 2% rimane nel portafoglio della famiglia Pecci. La quale, ancora attaccata all’avito giocattolo, non rimpiange i pregressi esborsi finanziari pur stemperati nel consueto italico intrigo di molte consociate di rispetto: incasso dei profitti e socializzazione delle perdite. Con il nuovo Centro è arrivato Fabio Cavallucci – già direttore del Centro d’arte contemporanea Castello Ujazdowsky di Varsavia, nonché del Museo Civico di Trento – anche se non si è ben capito chi abbia suggerito il suo nome, mentre serpeggia la voce che sia stato caldeggiato da Paolo Baratta. Sia come sia stato, il neo direttore all’inizio della stagione museale 2014/2015, propose una sequela di incontri, di/battiti e presentazioni di qualche artista e di molti, forse troppi addetti ai lavori – leggi gatekeepers, c’est a dire guardiani d’accesso alle porte del monde e del demi monde dell’attuale arte con/temporanea, domani chissà. Cosa c’entri o non c’entri quanto sopra con un museo d’arte, è il refrain di molti detrattori i quali, invece di tante, troppe chiacchere, avrebbero preferito assistere alla ripresa dell’attività museale, mentre la Regione Toscana si è limitata a finanziare con il contributo di diversi sponsor, e il solito gratuito aiuto di troppi giovani volontari, un mega forum inaugurato il 25 settembre scorso, alla presenza di Matteo Biffoni sindaco nonché presidente del Centro Pecci di Prato, e conclusosi ieri al limite dello scazzo tra i coordinatori comunque ospitati e pagati e qualche artista anch’esso saldato e molti nemmeno invitati. Cavallucci aveva dato la stura ai lavori del forum sottolineando “questa specie di Caporetto dell’arte contemporanea italiana quasi assente da tutte le grandi mostre internazionali”, per via di molteplici cause e concause appena menzionabili: arte italiana non più venduta all’estero dagli anni ’80; disertificazione dei musei, incrostazioni corporative, burocrazia infernale, eccetera eccetera. Lavori, svolti in contemporanea in tre sedi – al teatro Metastasio, alla Monash University e a Palazzo Banci Buonamici – intasate di addetti ai lavori ed esperti vari al di qua e al di là dei tavoli, nel deserto pressoché totale di popolo (in contrapposizione al concetto di pubblico), piccola folla medio-alto borghese con puzzette nasali annesse & connesse. Nel vuoto quasi pneumatico di artisti soprattutto tra i 42 tavoli d’ispirazione leopoldina, presieduti da un manipolo di coordinatori controllori composto da più di 400 esperti poco predisposti a cedere i microfoni, in un mood da commissioni studentili d’antan, i cui risultati politici confluivano nella quotidiana relazione serale al Metastasio, dominata da un asfissiante mix linguistico pseudo sociologico di sapore politichese a base di dialoghi costruttivi, intelligenza collettiva, fare rete, piattaforme strategiche di coinvolgimento, cultura della cooperazione, legittimazione contestuale, modalità condivise, sensibilità politica, monitoraggi incrociati, e soprattutto formazione e riformazione permanenti dell’artista, del critico, dell’operatore culturale, del collezionista, e addirittura del mecenate. Ovviamente nel più ampio contesto di formulazioni e riformulazioni rispetto alle consistenti problematiche emergenti. Per non dire poi delle criticità e rigidità subite dal pubblico a diverso titolo appartenente in senso ampio, o stretto o così-così, al noiosissimo mondo dell’arte con/temporanea che molti considerano già morto e sepolto, come riconosciuto da Gian Maria Tosatti quando, nei panni di partecipante a un tavolo mal moderato, ha ammesso: “Non c’è più niente da fare per l’arte contemporanea italiana. Auto-celebriamo la nostra inadeguatezza nei forum e ci va tutto bene”. Così come ha cercato di denunciare l’artista Franco Losvizzero, brutalmente interrotto mentre stava leggendo una dichiarazione di cui riporto due brani. “L’arte contemporanea non è cosa vostra ma cosa degli artisti.
Il sistema dell’arte italiano oltre che imputridito è afflitto da malattia… e la malattia siete voi”. con la collaborazione di Sabrina de Gaetano. The post Nuovo Centro Pecci a Prato: De profundis dell’arte contemporanea italiana appeared first on Il Fatto Quotidiano.

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