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Oscar Wilde “Penna, matita e veleno – Uno studio in verde” 2

Creato il 17 luglio 2012 da Marvigar4

oscar

OSCAR WILDE
PENNA, MATITA E VELENO
UNO STUDIO IN VERDE

Titolo originale: PEN, PENCIL AND POISON – A STUDY IN GREEN
Traduzione di Marco Vignolo Gargini

   È impossibile non percepire in questo passo l’espressione di un uomo che coltivava una sincera passione per le lettere. ‘Vedere e ascoltare e scrivere audaci cose’, questo era il suo scopo.
   Scott, il direttore del London Magazine, impressionato dal genio del giovane, o influenzato dallo strano fascino che costui esercitava su chiunque lo conoscesse, lo invitò a scrivere una serie di articoli su soggetti d’arte, e dietro una sfilza di pseudonimi fantasiosi egli iniziò a contribuire alla letteratura del suo tempo. Janus Weathercock, Egomet Bonmot, e Van Vinkvooms, furono alcune delle grottesche maschere sotto cui scelse di celare la sua serietà o rivelare la sua levità. Una maschera ci dice più di un volto. Questi camuffamenti intensificarono la sua personalità.  Egli sembra aver impresso il suo marchio in un tempo incredibilmente breve. Charles Lamb parla di ‘gentile, spensierato Wainewright’, la cui prosa è ‘magnifica’. Veniamo a sapere di lui che intrattiene Macready, John Forster, Maginn, Talfourd, Sir  Wentworth Dilke, il poeta John Clare, e altri, a un petit-diner. Come Disraeli, era determinato a sbalordire la città in qualità di dandy, e i suoi stupendi anelli, la sua spilla da cravatta con un antico cammeo, e i suoi guanti di capretto color limone chiaro, erano ben noti, e difatti vennero considerati da Hazlitt come il segno di un nuovo atteggiamento in  letteratura: mentre i suoi folti capelli ricciuti, i suoi begli occhi, e le sue squisite candide mani gli davano la pericolosa e incantevole distinzione d’essere diverso dagli altri.  C’era un che in lui del Lucien de Rubempré di Balzac. Talvolta ci ricorda pure Julien  Sorel. De Quincey lo vide una volta. Fu a una cena da Charles Lamb. ‘Tra gli ospiti, tutti uomini di lettere, sedeva un assassino’, ci dice, e prosegue descrivendo come quel giorno lui fosse malato, e non potesse sopportare di vedere volti di uomo o di donna, e tuttavia si fosse trovato a osservare con curiosità intellettuale dall’altra parte della tavola il giovane scrittore sotto le cui artificiosità di maniera a lui sembrava languire così tanta sincera sensibilità, e speculasse su ‘quale improvviso sviluppo di un altro interesse’ avrebbe cambiato il suo umore, se avesse saputo di quale terribile peccato l’ospite che richiamò tanta attenzione di Lamb fosse già allora colpevole.
   La sua opera in vita figura naturalmente nei tre capisaldi suggeriti da Mr. Swinburne, e si può in parte ammettere che, se si prescinde dalle sue imprese nel campo del veleno, ciò che egli ci ha effettivamente lasciato difficilmente giustifica la sua reputazione.
   Ma del resto è solo il filisteo che cerca di giudicare una personalità con la volgare verifica della produzione. Questo giovane dandy cercò di essere qualcuno, più che fare qualcosa. Egli si accorse che la Vita stessa è nell’arte, e che possiede i suoi stili non meno delle arti che provano ad esprimerli.  Né la sua opera è priva di interesse. Si narra che William Blake soffermandosi alla Royal Academy davanti a uno dei suoi quadri lo abbia definito ‘molto bello’. I suoi saggi sono una prefigurazione di ciò che sin da allora avrebbe realizzato. Pare aver anticipato alcuni di quegli incidenti della cultura moderna che sono da molti considerati davvero essenziali. Scrive della Gioconda, e dei primi poeti francesi e del Rinascimento italiano. Ama le gemme greche e i tappeti persiani, e le traduzioni elisabettiane di Cupido e Psyche, e la Hypnerotomachia, e le rilegature, e le edizioni antiche, e le bozze di stampa a largo margine. È assai sensibile al valore dei ambienti eleganti, e mai si stanca di illustrarci le stanze in cui ha vissuto, o gli sarebbe piaciuto vivere. Aveva quel curioso amore per il verde, che negli individui è sempre il segno di un sottile temperamento artistico, e nelle nazioni si dice denoti lassismo, se non una decadenza morale. Come Baudelaire egli era un sommo amante dei gatti, e alla stregua di Gautier, era affascinato da quell’ ‘ameno mostro in marmo’ ermafrodito che si può vedere ancora a Firenze e al Louvre. 
   V’è ovviamente molto all’interno delle sue descrizioni e dei suoi suggerimenti circa l’arte ornamentale che dimostra in che misura egli non si fosse del tutto liberato dal gusto posticcio del suo tempo. Ma è chiaro che fu uno dei primi a riconoscere ciò che è fuor di dubbio la vera nota fondamentale dell’eclettismo estetico, intendo dire la vera armonia di tutte le cose realmente belle noncuranti dell’epoca o del luogo, della scuola o del modo. Intuì che nell’atto di decorare una stanza, stanza in quanto tale e non uno spazio dove esibirsi, bensì uno spazio dove dimorare, non dovremmo mai tendere ad alcuna ricostruzione archeologica del passato, né gravarsi del fardello di una qualsivoglia necessità di accuratezza storica. In questa percezione artistica aveva perfettamente ragione. Tutte le cose belle appartengono alla stessa epoca.
   E così, nella sua personale biblioteca, come ce la descrive, ritroviamo il delicato vaso fittile greco, con le sue figure dipinte in modo squisito e il fievole ΚΑΛΟΣ  finemente tracciato sul suo lato, e con affisso dietro un’incisione della Sibilla Delfica di Michelangelo, o del Concerto campestre del Giorgione. Ecco un pezzo della maiolica fiorentina, e una rustica lampada da qualche antica tomba romana. Sul tavolo è riposto un libro d’Ore, ‘con una copertina di solido argento dorato, lavorato con bizzarre figure e guarnito con piccoli brillanti e rubini’, e vicino al libro ‘si accovaccia un brutto mostriciattolo, un Lare, forse, estratto nei campi di grano assolati della Sicilia’. Scuri bronzi antichi contrastano ‘con il pallido luccichio di due nobili Christi Crucifixi, uno scolpito in avorio, l’altro plasmato nella cera’. Egli ha i suoi vassoi di gemme di Tassie, la sua fine bonbonnière Louis-Quatorze con una miniatura eseguita da Petitot, le sue altamente decantate ‘teiere di bruno biscuit, lavorate in filagrana’, la sua valigetta in marocchino color limone, e la sua poltrona ‘verde pomona’.



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