“Pain is inevitable. Suffering is optional”. Il mantra da ripetere fino al suicidio

Da Olga


 … la verità è un imbroglio. (J. Marias, Gli innamoramenti)

Murakami scrive Pain is inevitable. Suffering is optional (Il dolore è inevitabile, la sofferenza si può scegliere), nell’introduzione alla raccolta dei suoi scritti sulla corsa. Murakami è uno scrittore e un maratoneta. In qualche modo con questo saggio dimostra che essere scrittori non significa condurre una vita che le antologie letterarie definirebbero dissoluta.

Cori di grazie, graziella ecc: dai lo sapevamo, viene più da domandarsi il contrario, ovvero come si è mai potuto pensare che la scrittura non prevedesse ordine e disciplina: ci sono stati centenari di rigoroso rem tene verba sequentur e poi tutto spazzolato da qualche tisico e da qualche mix up tra fictio e reality. Niente, si è consolidato lo stereotipo dello scrittore che beve birra e compito di ogni scrittore da qui in avanti sarà combattere il maligno che sta nel funkazzismo.

Ma a me importa poco di quello che si debba fare per essere scrittori (o maratoneti): è la frase in sé che mi interessa. Nel contesto ci dice che nella corsa e nella scrittura ci debba essere disciplina. In assoluto, ci dice che la disciplina debba esserci ovunque, anche nella ricerca della felicità. Io trovo che questa frase sia il migliore degli insegnamenti zen, e anche una delle migliori summa della teoria comportamentista(tale?) (con terapie strategiche, terapie comportamentali, quelle cose). Teorie che credo – forse molto superficialmente, ma forse anche no, visto che il dramma di ogni giorno è sopravvivere a ogni giorno (molto più che risolvere il conflitto con una madre che non ci ha mai capito né mai lo farà, ma che comunque vive a molti km o anni da noi) –  ecco, queste teorie credo che possano giovare nel ritagliarsi la serenità. E poi l’analisi la metto a un altro livello.

Il dolore è inevitabile, la sofferenza si può scegliere.

Il dolore fisico, ma anche il dolore per la scomparsa di una persona cara, o per la perdita di un amore, è inevitabile. Non si può non provare dolore per questi eventi tragici nelle nostre esistenze. Per le prese in giro, per le illusioni amorose e giovanili deluse. Per il generico venire meno delle aspettative. Per i buchi nell’acqua. Per aver troppo poeticamente desiderato.

Ma la sofferenza è una scelta. Perché implica tutta una serie di cliché, anche estetici, che bisogna ottemperare. Sto soffrendo, e per questo me ne starò a letto. Sto soffrendo, e per questo smetto di pettinarmi, mi guardo allo specchio e vedo che sto soffrendo. Sto soffrendo e non voglio più vedere nessuno.

In genere chi sta soffrendo legge parole come queste parole e si convince che chi le proferisce non abbia sofferto abbastanza e abbastanza e abbastanza per potere capire quanto loro stiano soffrendo. Tutti che credono di vivere esistenze speciali e di provare sofferenze di eccezionale dolore e sofferenza.

Chi sta soffrendo è un piccolo narciso che si crogiola nella sofferenza, o forse non si disciplina abbastanza per poterne uscire.

Primo passo per disciplinare è razionalizzare. Soppesare, analizzare e diagnosticare i cliché della sofferenza. Il che non significa passare al setaccio tutte le decisioni impulsive delle nostre vite  - poi diventa ossessione e compulsione per le diagnosi ex (paulo) post – razionalizzare significa anche fidarsi delle scelte impulsive, pentendosi quando si hanno tutti gli elementi. La razionalità del quotidiano è molto terra terra. A volte una giornata la si può salvare solo perché ci si rende conto che dobbiamo cambiare mascara. “Ecco, ma tu non capisci, io sto depressa/o”. Non è vero, capisco bene: la chiave è molto spesso guardare le cose con un altro occhio. Guardare il bene che c’è in tutto. Anche nel lutto. E’ un pensiero estremo, e forse penserete malissimo di me,  ma lo stesso Marias lo scrive, un pochino più barocco di me  – e quindi si salva: il lutto è orribile, è un dolore, ma non può non esserci un effetto positivo. Un bagno. Una salvifica pulizia, una rinascita. (l’avrei cercato il punto, nel libro, per non trovarlo. Ma sono sicura che a volerla cercare, un’auctoritas salvapost la si trova)

Pensare a che cosa non va, ma piccoli aspetti della quotidianità, perché cambi tanto. Svegliarsi alle 7 invece che alle 8. Esercitare il benessere. Il benessere è un esercizio. Ma anche vivere con leggerezza. È un esercizio. Razionalizzo la sofferenza. Mi rendo conto che sto soffrendo e passo le giornate a letto, e sto fissando il soffitto e mi sto aspettando di più dal mondo. Mi rendo conto che questa è l’estetica della sofferenza, e allora la rivoluziono: resta l’esperienza del dolore, che a un certo punto diventa finzione, perché l’esperienza del dolore non è più stare a letto ma uscire. Non già fissare il soffitto, ma scrivere appunti, riflettere. Non già mettersi il mascara nero, ma blu. Non già mettersi una tunica perché si è convinti di essere poco attraenti, ma mettersi quello che più piace (evitare il ridicolo è a suo modo importante). Fingere. Per poi accorgersi che con questo destino cinico e baro un po’ ci si può giocare, e che la finzione è forse razionalizzazione, forse disciplina, forse guardare le cose in un altro modo, forse pensare diversamente.

Sarà zen, sarà pop, sarà proletario e sarà oppio dei popoli.

Forse.

Ma una frase del genere però custodisce oltre alla disciplina, la razionalità, ecc, un piccolo dettaglio: la possibilità del suicidio. Nella scelta della sofferenza c’è anche il gesto estremo. E se c’è quello, alla fine, siamo molto più pragmatici e meno oppiacei di scientology. Il che è fair enough.


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