Parola d’ordine: controriformare il pubblico impiego. Il Governo tecnico ripristina la concertazione e salva il reintegro

Creato il 08 maggio 2012 da Iljester

In Italia ci sono sempre stati i lavoratori di serie A e i lavoratori di serie B. I primi — i lavoratori pubblici — sono coloro i quali hanno tutte le tutele possibili e immaginabili, perché la loro previsione pesa sulla collettività e dunque è pagata dal contribuente. I secondi — i lavoratori privati — invece sono coloro i quali hanno solo una parte di queste tutele, perché la loro previsione pesa sul datore di lavoro privato che paga di suo il loro costo. Un doppio binario profondamente discriminante che la dice lunga sulla iniquità del nostro sistema. Un doppio binario che negli anni non ha fatto altro che alimentare il mito del posto pubblico e l’intangibilità dello stesso, e che ha trasformato il rapporto di pubblico impiego in un vero e proprio matrimonio indissolubile tra l’impiegato e la pubblica amministrazione.

Una indissolubilità la quale, a sua volta, ha prodotto i fenomeni che tutti ormai conosciamo bene: nullafacentismo diffuso, incompetenza, delirio di onnipotenza impiegatizia, arroganza relazionale, assenteismo cronico, inefficienza e burocratizzazione dell’attività amministrativa, esuberi e sprechi di ogni tipo e per tutti i gusti. Insomma, un sistema amministrativo del tutto inadeguato alle sfide del futuro, le quali richiedono invece efficienza, capacità relazionali, presenza costante, informatizzazione e un rapporto di lavoro basato sulla premialità e il merito, la cui stabilità non significa “inamovibilità” e tanto meno “indissolubilità”.

L’ex Ministro Brunetta, tra critiche ed elogi, tentò il raggiungimento pieno di questi obiettivi nella P.A., eliminando l’invadenza sindacale nel posto di lavoro pubblico e instaurando un rapporto più responsabile tra dirigenza e impiegato. L’ex ministro tentò pure di rendere il rapporto di lavoro pubblico stabile ma non indissolubile, profondamente meritocratico e professionalmente preparato, stabilendo tra le altre cose, le tre fasce di merito. Ma l’attuale ministro Patroni Griffi è intenzionato a smantellare il tutto, e per compiacere i sindacastri, ecco che ha chiesto prima il loro assenso sui presupposti della nuova controriforma, ottenuto il quale si è comprato un bel piccone restauratore con la viva intenzione di ripristinare i vizi concertativi, salvando addirittura il reintegro obbligatorio nel posto di lavoro (eliminato invece nel settore privato) e abolendo le fasce di merito, in favore di una non meglio precisata “perfomance organizzativa”. Il tutto con sommo gaudio della sinistra, che ha da sempre detestato la riforma Brunetta.

Una controriforma con i fiocchi, dunque… fatta con il malcelato intento di tornare indietro nel tempo, a quando il sindacalismo paralizzava l’efficienza della pubblica amministrazione e l’impiegato pubblico viveva il suo rapporto di lavoro come un vero e proprio privilegio inalienabile e intoccabile. Un tempo, non tanto lontano peraltro, in cui la P.A. non era vista come il punto di incontro e raccordo tra le esigenze dei cittadini e l’azione statale, ma come uno stipendificio sostenuto dalla collettività. Un luogo nel quale la meritocrazia e lo spirito di sacrificio in favore del cittadino non esistono o se esistono sono marginali e non costituiscono l’obiettivo primario da raggiungere.

Intanto, a pagarne i costi sono sempre gli stessi. Il tessuto produttivo, le piccole e medie imprese, gli artigiani, i lavoratori privati, i precari e i professionisti. Coloro che vivono e lavorano del proprio sudore e che in questo Stato caotico, patetico, disorganizzato e spendaccione, sono la vera cinghia di trasmissione dell’economia. La verità è che pochi davvero lavorano e molti fanno finta. E se i primi sono i meno tutelati, i secondi sono i più privilegiati. Paese di schifo!

Link Sponsorizzati

Fonte: Il Giornale 

di Martino © 2012 Il Jester 


Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :