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Pedofilia, un passo avanti e due indietro della Cei

Creato il 12 luglio 2012 da Cremonademocratica @paolozignani

Siamo ancora al Berti. Un papato di se, di ma, di forse, di rispetti. Tante parole, nessuna decisione, neanche sulla decisione. Si rimanda tutto a ottobre. La Cei rivedrà forse, però non si sa, il suo documento, quelle Linee guida già applaudite come una svolta e invece risultate allegra fuffa, più deserte di contenuto giuridico del panorama presentato all’inizio del libro di Qoèlet.

Il Sant’Uffizio non ha apprezzato per niente il documento della Cei sulla pedofilia, soprattutto perché non c’è l’obbligo di denuncia, da parte dei vescovi, alle autorità italiane. La Cei, che rappresenta proprio i vescovi che mai hanno denunciato un prete pedofilo che è uno, sostiene che la legge italiana non prevede tale obbligo.

Questo è assai curioso. Se la legge non prevede la denuncia allora non denunciamo la pedofilia. Può un vescovo pensare una cosa simile? Sì. A Cremona ne abbiamo visto l’esempio. L’ufficio stampa ha considerato un evento del genere con un atteggiamento arrogante che di fronte alla sofferenza delle vittime fa ancora arrossire. Eppure la questione è così grave che non è stata risolta neppure dopo le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, dello scorso 21 maggio, approvate dall’assemblea generale della Cei.

In Inghilterra e in Francia i vescovi, guarda caso, sono obbligati a informare preventivamente le autorità civili su inchieste avviate nella loro diocesi, a partire da quelle sulle violenze sessuale. L’Italia non è europea, come detto da non pochi. E’ una colonia vaticana.

Pedofilia, un passo avanti e due indietro della Cei

Il quotidiano La Repubblica, pag. 19, martedì 10 luglio

Monsignor Charles Scigluna, il promotore di giustizia del Sant’Uffizio (ex Inquisizione, che ora si occupa della corretta applicazione della dottrina cristiana), ovvero il pubblico ministero della Chiesa, ha scritto al segretario generale della Cei Mariano Crociata, per dirgli che per la Santa Sede quelle linee guida non sono state né vagliate né approvate.

Spiace constatarlo ma la Chiesa non sta risolvendo il problema in alcun modo. Si notano sottili schermaglie, quando basterebbe un semplice documento che impone l’obbligo di denuncia, perché il reato è gravissimo.

Il giornale La Repubblica, senza porre alcuna delle domande qui esposte, né esprimere giudizi, spiega  martedì 10 luglio a pagina 19 la questione, secolare, antica, mai risolta: come sradicare quella perversione atroce dalla Chiesa, dove chissà perché i pedofili sono trasferiti in altra parrocchia, mai incarcerati tranne casi rari (don Seppia ad esempio).

Riprendo da La Repubblica i virgolettati. Per la Cei “i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto per ragioni del loro ministero”.

E un vescovo tiene un archivio, chiuso in una cassaforte, in cui scrive le memorie, le notizie, le relazioni sulle attività di vario genere dei sacerdoti, com’è normalissimo in una vasta organizzazione.

Ma la Cei arriva a sostenere che “non avendo il vescovo nell’ordinamento italiano la qualifica di pubblico ufficiale” si argomenta, egli “non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale notizie in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti linee guida”.

Ma una lettera circolare del Sant’Uffizio del 3 maggio avvisava i vescovi che la pedofilia è un crimine e che “è importante cooperate con le autorità civili per quanto riguarda il deferimento di crimini sessuali”.

Quanti crimini sessuali avvengano tra una circolare, un’assemblea di vescovi Cei, e una risposta piccata del Sant’Uffizio un giorno si saprà. C’è tempo. Il Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, attende una risposta per ottobre, quando la Cei si riunirà.

Quanti secoli, o millenni, ha questa questione? Quanto somiglia a quella di De Gennaro?

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