Scaroni ha poi aggiunto che le due compagnie si incontreranno in maggio per definire una lista di progetti congiunti da sviluppare in paesi terzi: l’accordo italo-russo non si esaurisce dunque alle sole attività nell’Artico e nel Mar Nero, ma prevederà una cooperazione in altri progetti. Va detto che Rosneft ha tutto l’interesse ad avvalersi della partnership dell’eccellenza di Eni, visto che l’accordo assegna la fase di esplorazione dei pozzi alla compagnia italiana, la quale dovrà farsi carico di investimenti massicci e ad alto rischio: una prospettiva che pochi mesi fa ha portato la francese Chevron ad abbandonare l’ipotesi di entrare anch’essa nella partnership con i russi.
Restano comunque numerose le aziende petrolifere che stanno cercando un accordo con la Russia per lo sfruttamento del Mare di Barents, specie da quando Putin ha proposto di eliminare tutti i dazi di esportazione per chi avvia nuovi progetti sulla piattaforma artica russa: il premier russo sa che il tesoro energetico dell’Artico fa gola a mezzo mondo, e auspica che questo incentivo fiscale possa portare in Russia investimenti esteri per almeno 500 miliardi di dollari nei prossimi trent’anni. “Sono sicuro che questi progetti avranno successo, e voglio assicurare che il governo russo farà tutto ciò che è in suo potere per sostenere simili iniziative”, è stato il commento del prossimo presidente russo dopo la firma dell’accordo italo-russo.
Sempre per lo sfruttamento petrolifero della piattaforma artica, la scorsa settimana Rosneft aveva stipulato un importante accordo con il gigante petrolifero statunitense ExxonMobile. “L’accordo del secolo”, come alcuni media l’hanno ribattezzato, permetterebbe a Mosca di mantenere fino al 2020, i livelli di estrazione del greggio a 10 milioni di barili giornalieri: la cooperazione tecnica della mulinazionale americana consentirebbe l’apertura di nuovi pozzi in Siberia Orientale e soprattutto nell’Artico, di cui la Russia ha impellente bisogno.
Mosca è consapevole che le preziose risorse petrolifere presenti nel sottosuolo della Siberia Occidentale, che rappresentano quasi il 75% delle riserve russe, inizieranno inesorabilmente a ridursi dal prossimo decennio: non a caso Putin, durante la campagna elettorale per le presidenziali, non ha smesso un attimo di enfatizzare l’importanza delle risorse energetiche per il futuro della Russia, “senza le quali, per il Paese sarebbe la catastrofe”.