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per l’abolizione dell’eredità

Creato il 04 dicembre 2014 da Gaia

Un paio di settimane fa leggevo sul Gazzettino, giornale tendenzialmente di destra, come prima notizia quella dell’ennesima irruzione di occupanti in una villetta vuota da qualche parte nel Nord Est. Il figlio dei proprietari, ora deceduti, si lamentava che era la nona volta (o forse settima, non ricordo) che trovava gente che dormiva in quella casa, questa volta rumeni. Affranto, si lamentava: vengo ogni tanto a tenere il giardino, la chiudo, cosa posso fare di più? Te lo dico io: affittala. Se la affitti nessuno te la occupa, garantito.

Il giornale parteggiava, evidentemente, per il povero proprietario, e io leggendo inorridivo perché la nostra società tende a fare così senza neanche chiedersi perché. Per me era evidente che quella casa serviva a qualcuno, e che era un crimine tenerla vuota: meglio affittarla, rivenderla, abbatterla e farne un parco… Ma era “la casa dei genitori”, quindi qualsiasi spreco e qualsiasi prepotenza sono concessi.

Io, dopo averci un po’ riflettuto e anche girato intorno, sono pronta a schierarmi apertamente per l’abolizione dell’eredità in quanto istituzione obsoleta, ingiusta e anti-meritocratica, tra i responsabili dell’aumento delle diseguaglianze osservato quasi ovunque nel mondo occidentale. Propongo di sostituirla con la requisizione della proprietà, una volta morto chi la detiene, da parte della collettività sotto forma di istituzioni locali e con la sua vendita sul mercato con un’asta; il ricavato andrà a sostenere la spesa pubblica, tra cui anche forme di redistribuzione del reddito e delle ricchezze.

Perché tolleriamo ancora che esista l’eredità? Sareste d’accordo se i mestieri fossero ereditari, se i titoli nobiliari contassero qualcosa, o se le cariche politiche e giuridiche passassero di padre in figlio? No, ovviamente. Perché allora permettiamo che siano ereditari il potere, la disuguaglianza e il tenore di vita che derivano dalla proprietà? Perché sopravvive non sfidato da nessuno questo relitto del passato, rappresentativo di valori in cui collettivamente sosteniamo di non credere più?

Perché, è la mia risposta, viviamo in una società iper-familista in cui si accetta che l’individuo non goda di diritti tanto in base al suo impegno, alla sua stessa esistenza e alla sua disponibilità a contribuire al bene comune, quanto in base alla famiglia. Il welfare italiano è in buona parte su base familiare: anziché garantire un reddito a tutti, o almeno a tutti i maggiorenni, riversiamo sussidi e detrazioni su chi ha prole, anche se poi i genitori possono così esercitare potere sulle vite dei figli, ormai, fino ad età avanzata.

Negare l’eredità sembra voler negare il desiderio fondamentale, quasi biologico, di provvedere ai propri figli anche dopo la propria morte. In realtà, una simile possibilità non esiste in natura: è un’invenzione umana. E chi pensa che sia un corollario della responsabilità genitoriale commette due errori.

Uno è pensare che l’unico modo di provvedere ai propri figli sia garantendoli economicamente e personalmente. Questo presuppone un misto di ostilità e indifferenza nei confronti della società nel suo complesso: non mi fido degli altri, quindi ci penso io. Ma se una persona ha contribuito a rendere la società più equa, di questo dovrebbero beneficiare anche i suoi figli – non solo economicamente, perché non sarà permesso loro di morire di fame, ma anche dal punto di vista della maggiore serenità e fiducia reciproca di una società egualitaria. Abolendo l’eredità e sostituendola con qualcosa di più giusto la società ne risulterebbe migliore per tutti, figli propri e non.

Il secondo errore deriva da un’esagerazione. Non è la stessa cosa nascere e crescere in una famiglia piuttosto che in un’altra: alcune famiglie sono più stabili, amorevoli, benestanti, alcune insegnano le arti, altre la disciplina; alcune temprano, altre sfidano, altre ancora abbandonano. Dopo una vita intera in cui la provenienza familiare ha condizionato il futuro di una persona, perché pretendere che continui a farlo con il lascito dopo la morte? Sarebbe più onesto dire: figlio mio, ho fatto quello che ho potuto, adesso arrangiati.

Addirittura, io penso che l’attesa di un’eredità possa condizionare i rapporti affettivi all’interno di una coppia o di una famiglia. La fretta o l’ostentazione di non averne, il rancore per qualcosa che spetta ma non arriva, l’obbedienza per non venire esclusi, la sopportazione a fini materiali… non sarebbe meglio un affetto incondizionato, indipendentemente dalla controparte economica? E questo discorso vale anche per l’ereditarietà della pensione del coniuge, che però ha anche altri elementi su cui non mi soffermo ora.

Inoltre, se dal punto di vista dei genitori è un loro “diritto” (sempre con questi diritti) dare la loro roba a chi vogliono, dal punto di vista della società non si tratta di altro che di un sopruso: voler avvantaggiare persone per un puro caso, cioè l’essere nate in una data famiglia, a discapito di altre la cui unica colpa è non aver avuto la stessa fortuna. Anzi, dirò di più: un individuo che eredita potrebbe anche essere incoraggiato a passare la sua vita a non fare nulla, campando di rendita (ne ho visti), mentre chi non eredita ma ha dalla società un piccolo aiuto per partire è più incentivato a darsi da fare. Avevo letto tempo fa, e non saprei come rintracciarla, una lista compilata se non sbaglio da Forbes di ultra-ricchi che avevano deciso di diseredare i figli, perché se la cavassero da soli. Suppongo che si trattasse di diseredamenti molto parziali, e che comunque tali figli avessero già beneficiato abbondantemente della posizione dei genitori, ma comunque erano storie interessanti. Gli esempi erano americani e britannici, ovviamente – dubito che un italiano farebbe altrettanto – guardiamo le nostre dinastie familiari eterne, o come tratta figli e roba l’uomo ricco d’Italia per eccellenza.

Siamo su questa terra temporaneamente, e anche la nostra proprietà è temporanea: per quanto possiamo aver costruito, mantenuto e amato una casa o un giardino, quando moriremo non potremo più possederli. Ci consoliamo sapendo che lo possiederanno i nostri figli, ma è solo un capriccio: altre persone potrebbero averne una cura anche migliore, e comunque non dovremmo avere il diritto di dare ordini dall’oltretomba.

L’unica argomentazione a favore dell’eredità è quella emotiva. Ci sono persone che hanno un legame forte con la casa dei genitori, e bisogna trovare un modo di garantire anche loro, se ci tengono tanto, senza fare un torto agli altri. A questo proposito io ho due proposte. La prima è che, se uno desidera accontentare i propri figli in questo desiderio di continuità, consegni loro la casa, l’azienda o la roba mentre è ancora in vita. Se ha paura di venire sfrattato può chiedere l’usufrutto; per evitare abusi, l’usufrutto dovrebbe essere vincolato alla residenza e limitato a una sola proprietà. Ovviamente, la transazione dovrebbe essere tassata. Altrimenti l’eredità si ripresenterebbe semplicemente sotto altre spoglie.

In secondo luogo, quando la collettività requisisce i beni ereditari e li vende, potrebbe riservare un trattamento di favore agli “eredi”: un perito imparziale potrebbe stabilire un prezzo e questi potrebbero impegnarsi a comprare la proprietà dallo stato, o dal comune o dalla regione, ripagandone il costo da subito ma senza interessi.

So che così non scomparirebbero tutte le disuguaglianze ereditarie, ma almeno ne sarebbero fortemente ridotte.


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