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Perché ci si ricorda meglio di ciò che non è concluso

Creato il 29 settembre 2011 da Direnzoeditore

Nel 1928 la russa Bluma Zeigarnik, che lavorava a Berlino sotto la direzione dello psicologo Kurt Lewin, dimostrò che ci si ricorda meglio di ciò che è incompiuto che di ciò che è stato concluso.
Si «dimentica» ciò che è stato compiuto, lo si «ripone» in un angolo della propria memoria e non ci si pensa più. Questo consente, nella vita quotidiana, di passare ad un’altra cosa e di andare avanti.
Al contrario, ci si ricorda di un compito interrotto o incompiuto, continua ad ossessionarci, ad essere rimuginato, a circolarci nell'anima per mesi o per anni. Ci si ricorda anche dei lutti non elaborati e si tenta di ripercorrere la storia del passato.
Questo effetto tormentoso dei compiti incompiuti è oggi noto con il nome di effetto Zeigarnik.
Mentre era seduta ai tavoli di un ristorante, la psicologa russa fece caso per la prima volta a un fenomeno molto particolare.
Il cameriere del ristorante ricordava a memoria un numero infinito di ordinazioni fatte dai clienti fino al momento di servirli. Dopo averli serviti non ricordava più che cosa avessero ordinato.
Questo fece ipotizzare alla psicologa che un compito non portato ancora termine, sprigiona una tensione psichica che spinge la mente a doverla terminare a tutti i costi. Una volta terminata la mente può orientarsi su altre attività dimenticando il lavoro compiuto.
Di Renzo Editore

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