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...perché, Mickey? Perché?

Creato il 07 ottobre 2013 da Omar
...perché, Mickey? Perché? Chissà che cavolo gli passa per davvero nella testa, a Mickey Rourke. Ora che finalmente, dopo le prodezze di Sin City e la spettacolare performance di The Wrestler, il circuito cinematografico autoriale di Hollywood lo aveva riaccolto in pompa magna, perdonandogli tutte le mattane degli anni della decadenza (in ragione soprattutto d'una indubbia capacità interpretativa che da queste parti si è sempre sostenuta col cuore in mano, anche nei momenti di peggiore buio), ebbene il nostro bravo attore, un maledetto per eccellenza, ci ricasca in pieno e finisce risucchiato in questo progettino assurdo degno delle più fetide produzioni televisive border-line che Rourke si ritrovò a frequentare per ragioni puramente alimentari negli ineffabili anni Novanta. ...perché, Mickey? Perché? Pure, l'idea di un western dalle venature sovrannaturali come Dead in Tombstone non era, sulla carta, interamente da buttare via. E il regista Roel Reiné (Death Race 2) certo fesso non è, anzi, qua e là, quando dimentica d'imprimere alla sua macchina da presa ritmi spastici e incalzanti da videclip frenetico (rieccoli, gli anni Novanta!), un certo particolare gusto per l'inquadratura sbieca e originale viene fuori (il continuo stacco sul meccanismo interno degli orologi, i rallenti bel calibrati delle scene a cavallo, le sequenze di pistoleri che avanzano facendo fluttuare lo spolverino nell'aere nella migliore tradizione leoniana). Il fatto è che, come spesso in questo genere di prodotti - a metà tra lo straigth to video e la televisione via cavo - non ci si crede nemmeno per un istante che quella cui stiamo assistendo è una storia ambientata alla fine dell'Ottocento. E non si tratta d'una questione squisitamente metacinematografica, come per l'opera del più blasonato Quentin Tarantino (sul cui Django però, abbiamo espresso comunque riserve notevoli, che grossomodo abbracciano le medesime motivazioniche alimentano quelle mosse a questo filmaccio), no, qui stiamo parlando di capigliature vistosamente contemporanee, cattivastri che danno aria alle loro sputafuoco con movenze da  gangster moderni, vestiari che sotto la patina di polvere artificiale puzzano di griffe all'ultima moda lontano un miglio e soprattutto di una recitazione che imprime ai rapporti tra i protagonisti dinamiche che hanno un senso solo in un contesto odierno (nessuno nel vero west si sarebbe scambiato quel genere di pacche o avrebbe impugnato un'arma come un rapper). Ma stiamo già andando troppo oltre. La trama del film potrebbe essere riassunta in due righe, il che per un western non è necessariamente un male: il bandito Guerrero (un sempre più incartapecorito Danny Trejo, ormai prezzemolino di ogni produzione "scasciàta") viene tradito dal fratellastro e fatto fuori dalla sua banda. All'inferno incontrerà Lucifero in persona (bum! Un Rourke d'annata che, cortocircuitando sé stesso, si ritrova a interpretare il personaggio che lo imbrogliava nel mai troppo venerato Angel Heart; peccato che a 'sto giro l'attore si sia inquartato in maniera invereconda finendo per somigliare al peggior William Shatner: guardare per credere!) il quale gli propone di ridargli indietro l'anima se riuscirà a portargli, in 24 dannatissime ore, le vite dei sei criminali che lo hanno fatto fesso, fratellastro compreso. Guerrero ovviamente accetta e sarà una carneficina.
...perché, Mickey? Perché? Tutto qui? Tutto qui. Non più (né meno) di un nostro scalcinato spaghetti-western dei bei tempi che furono se non fosse che un Corbucci, un Castellari o perfino un Fernando Cerchio con un budget come quello di Dead in Tombstone avrebbero sfornato un capolavoro. Perché per quanto colle pezze al culo, Dead in Tombstone qualche soldo in location (è la Romania, anche se sembra il Colorado) ed esplosioni sarà pur costato. Ma soprattutto non gli si perdona di aver speso così male un cast che poteva fare la differenza. Danny Trejo avrà pure sempre la stessa espressione, ma per un film del genere è ciò che serve. E i comprimari, vestiti degnamente e diretti in maniera consona avrebbero potuto fare faville. Macché. Meglio buttarla in caciara: e così via con la solita miscellanea di saccheggi (un po' di Peckinpah qua, un po' di Leone là. La bella di turno, Dina Meyer, è vestita pari pari alla Sharon Stone di Raimi e di Rourke si è già detto ciò che si doveva dire).
...perché, Mickey? Perché? Insomma, è davvero troppo tempo che il titolare del blog si aspetta da 'sti cazzo di americani un po' di coraggio: ci vuole davvero tanto per imbastire un bel western capace di assommare la ricostruzione (non necessariamente «storica», ma almeno «scenica») che lo splendido L'Assassinio di Jesse James ha saputo regalarci con un bel plot di furibonde sparatorie e sigaracci fumati davanti a un falò? (la risposta in realtà esiste, e ce la fornisce da ormai tre anni il piccolo schermo: si chiama Hell on Wheels, e chi scrive non se ne perde una puntata manco se lo pagassero oro). Good Luck, Mickey, col western non hai mai avuto fortuna...

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