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Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday

Creato il 24 aprile 2012 da Lospaziobianco.it @lospaziobianco

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“Il più vicino che posso al divertente

Planetary inizia come una prova di storytelling: i primi otto episodi propongono racconti di avventure più che la loro messa in scena. I protagonisti arrivano sul posto e vengono a sapere cose, scoprono misteri, ricostruiscono trame, ma, come nota con plateale dispetto Elijiah Snow in “Strange Harbours” (Planetary #4), agiscono ben poco.

Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="231" width="218" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="alignright size-full wp-image-49483" />Il nono episodio (“Planet Fiction“) marca una discontinuità e dall’undicesimo inizia la storia di Elijah Snow e la caccia alla banda dei quattro villains che manovrano, o meglio giocano con, le sorti dell’umanità, per una loro partita che sarà svelata solo in chiusura della saga.
La prima fase è fondamentale nell’economia della serie, perché definisce il contesto, l’universo di azione di Planetary e, per così dire, la materia del contratto con il lettore: “the sense of wonder, the feeling of marvellous secret things just beyond our field of vision, and the revelations and splendours and dangers and bastards tied up in it all… [1] .
La si può anche vedere come una sorta di estratto da catalogo dell’immaginario fantascientifico, declinato con un approccio supereroico, in una miscela ben equilibrata al fine di stupire. Il ritmo è serratissimo e, presentando testimoni che raccontano e non la messa in scena delle vicende, può permettersi di saltare i passaggi fra gli eventi, mantenendo solo quelli cruciali e più intensi.
Ogni fascicolo propone una nuova avventura, scandita da dialoghi che spesso mimano l’aforisma, pronti per essere citati e quindi ottimi per trasportare “Planetary” nel passaparola fra appassionati. Se in questo riprende la lezione del Garth Ennis di “The Preacher” (Ellis cita esplicitamente la qualità dei dialoghi di “The Preacher” nella sua bozza di progetto della serie), il vocabolario di Ellis è certo molto più casto e modula i toni dei dialoghi con una forma di ironia assai più leggera e priva di pose maudit.
Questa caratteristica riflette d’altra parte la natura e costruzione dei personaggi:
Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="398" width="260" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="alignleft size-full wp-image-51192" />potremmo dire che i protagonisti di “Planetary” hanno biografie, ma non psicologie. Con questa frase grossolana sostengo che dei protagonisti conosciamo alcune vicende e accenni di motivazioni, ma che Ellis non scava mai nelle loro personalità. Lo scopo dell’opera, infatti, non è capire quale tipologia di natura umana conduca a un certo modo di sentire o di vedere il mondo, ma di proporre e sviluppare un’idea, inseguire la suggestione di uno scenario: il multiverso, i bambini del secolo come sue creature incaricate della protezione della vita.
In questo senso, torniamo ad un’epoca che precede l’introduzione dei superproblemi dei supereroi, o addirittura allo spirito che informava la fantascienza della Golden Age (si intende convenzionalmente per Golden Age della fantascienza il periodo che va dal 1939 agli anni 1950: come si nota, è un periodo sostanzialmente coincidente con la Golden Age supereroica), a cui possiamo ricondurre anche la sostanziale assenza degli esseri umani comuni dalla scena della vicenda.
Con estrema consapevolezza, “Planetary” si nutre ed è intriso di qualcosa che sembra una forma di ingenuità e sfrutta/mette in scena una netta divisione fra giusto e sbagliato e storie che puntano più sullo sviluppo di idee che su quello dei personaggi. Il controllo della scrittura dell’autore inglese, che pure a volte resta un po’ sopra le righe (ad esempio in certi passaggi di “Creation Songs”), è dimostrato dal fatto che questi elementi non risultano grotteschi o gratuiti (come in parte accade in “The Authority”, informata allo stesso spirito), bensì producono una vicenda dove alla fine i ritmi mozzafiato, le scene spettacolari e i dialoghi lapidari finiscono in secondo piano rispetto alla potenza della visione (anche morale) che viene proposta.
“Planetary”, infatti, parla di libertà, responsabilità, libero arbitrio e speranza, oltre che, naturalmente, di tecnologie al limite della magia (in ossequio alla terza legge di Clarke: “qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia” – si intende agli occhi di chi non ne conosce le basi). La libertà è espressa come diritto, con il libero arbitrio come condizione necessaria: da qui la necessità di stroncare le varie forme di controllo della storia, incarnate dai Quattro. Ad essa si affianca la responsabilità:
Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="203" width="248" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="size-full wp-image-50074 alignright" />Planetary, come già The Authority, non si sostituisce agli esseri umani, non si propone come il futuro dell’umanità, bensì elimina i manovratori occulti e riconsegna all’umanità strumenti e tecnologie, prima esclusive, di cui ora l’umanità deve decidere l’uso. E, infine, la speranza, quella forza che sorregge anche i dannati dell’Inferno, che Ellis rappresenta nell’ultimo episodio della serie.
In questa occasione, semplifica all’estremo l’intreccio, che certo presenta oggettivi spunti, sacrificando il whodunit (ormai fuori scopo, poiché lo scontro con i Quattro è alle spalle) per portare in primo piano l’ottimismo della speranza. Se narrativamente l’ultimo non è il più felice degli episodi, lo si deve verosimilmente ad una scelta meditata: la sete di meraviglioso è stata abbondantemente saziata, ed Ellis cerca l’effetto emotivo, patetico in senso etimologico e non deteriore.
Chiarito il punto fondamentale della poetica di Planetary, torniamo indietro, per una veloce carrellata sui punti e momenti importanti, lasciandoci guidare proprio da alcune di quelle frasi in odore di aforisma che Ellis usa con compiacimento e da alcune scene, dove (che sulle proprie fattezze ha modellato The Drummer) dimostra la propria padronanza tecnica e la coppia il reciproco affiatamento.

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“È un gioco Mr. Snow”

La scrittura di Planetary, curata nel dettaglio, soffre di alcuni difetti per così dire architetturali,

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Più ambiguo l’effetto dell’episodicità della costruzione. Ellis procede per momenti chiave, elimina i tempi morti e i passaggi, di modo che da una parte riesce a mantenere la tensione costantemente alta,
Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="344" width="225" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="alignleft size-full wp-image-51194" />dall’altra introduce spesso coincidenze. Oltre a quella sopra citata, pensiamo al caso della sonda del Club degli esploratori spaziali (“Planetary” #18: The Gun Club), che consente loro di catturare il William Leather. La domanda che in questo caso resta inspiegata è: perché i Quattro hanno aspettato il rientro nell’atmosfera della sonda per impossessarsene, visto che avrebbero potuto tranquillamente farlo quando era in orbita? L’unica giustificazione si basa sulla loro presunzione/superficialità e sull’ipotesi che nessuno, in particolare Planetary, sia in grado di ostacolarli o si interessi a simili fenomeni.
Infine, negli scontri con i Quattro, salta sempre fuori qualcosa che consente la vittoria di Planetary: un’arma, un marchingegno. Nell’episodio conclusivo, la cui trama soffre notevolmente della compressione in un unico numero, si tratta di una scoperta dei Quattro, che loro non erano stati in grado di usare (o di cui non avevano afferrato le implicazioni). Quindi, mentre da una parte Ellis è estremamente abile nella costruzione dell’atmosfera e del climax, dall’altra utilizza spesso scioglimenti ed escamotage (si pensi alla Allison di PlanetaryCity Zero, trovata proprio nel suo ultimo giorno di mezza vita – “Planetary” #8: The day the Earth turned slower), se non semplicistici, oggettivamente semplificati.

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“To be in England, in the summertime” – 4:4

Il disegno di Cassaday rende con estrema efficacia il senso del meraviglioso:

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È attraverso le espressioni dei volti che scorrono le emozioni profonde dei componenti di Planetary, i cui dialoghi sono spesso d’effetto, ma sostanzialmente mimetici. D’altra parte anche in questo aspetto emerge la sintonia testo/illustrazione: esemplare la rappresentazione del volto di Jakita mentre i tre si stanno recando al funerale di Jack Carter (“Planetary” #7: “To Be In England, In The summertime”). Di fronte all’evidente dolore di Jakita, Snow le dice pensieroso: “Tu non sei mai chi mi aspetto tu sia“. Jakita non ribatte, ma il suo volto è pieno di una profonda tristezza. L’aspetto importante è che in quel momento il lettore dà un’interpretazione di quella tristezza che nel seguito della vicenda scoprirà errata.Qui testo e disegno definiscono una caratterizzazione di Jakita: chiara, precisa e emotivamente intensa.
Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="229" width="247" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="alignleft size-full wp-image-51196" />E l’idea che il lettore si fa di lei coincide con quella che sicuramente si fa Snow. Sarà uno dei colpi di scena della vicenda a riportarci a quell’istante e a farcelo leggere in maniera del tutto diversa. Così il volto stanco e inespressivo di Jakita durante tutto l’episodio finale denuncia ancor più efficacemente di quel suo unico sbotto (“Pensi davvero che io sia così superficiale? / Io sono così superficiale“) il suo sentirsi fuori posto, sostanzialmente inutile ora che, apparentemente, tutti i giochi sono fatti e la storia finita.
Ma in generale colpisce il fatto che, forse con una piccola forzatura, la vicenda di Planetary potrebbe essere raccontata attraverso il volto di Elijah Snow. Lo sciogliersi del suo cinismo è cadenzato non solo dal tenore dei suoi proclami, ma da un parallelo sciogliersi dei tratti, dai suoi sorrisi, dai suoi sguardi pieni di meraviglia. L’ambizione e determinazione del giovane Snow è evidente prima nei suoi occhi che nelle sue azioni. La consapevolezza conquistata dopo la sua avventura nel profondo la leggiamo nella rilassatezza delle sue espressioni facciali, che mostrano la sua serenità interiore. E, infine, la testardaggine, l’ossessività nel perseguire la sua impresa finale, il salvataggio di Ambrose, è tutta nei suoi occhi, nelle smorfie tirate, che pure non sono mai teatrali.

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“Preparare l’iperlamina al lancio nel confine dell’universo”

Planetary è pieno di persone che dicono cose sostanzialmente incomprensibili, esprimendosi in una sorta di gergo tecnodelico,

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Come già l’approccio ai caratteri e alla costruzione della storia, anche l’uso di un simile gergo rispecchia lo spirito della fantascienza della Golden Age, della cosiddetta Hard Science Fiction,
Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="406" width="260" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="alignright size-full wp-image-51198" />nella quale scienza e tecnologia erano viste come i più importanti strumenti a disposizione dell’umanità (sottolineo nuovamente che in Planetary è fondamentale la visione che il loro uso sia oggetto di una scelta etica e, sostanzialmente, politica) e, dal punto di vista narrativo, gli elementi di evocazione del senso del meraviglioso. Dialoghi e monologhi di questo tenore compaiono regolarmente in ogni episodio, ma in quello finale si prendono praticamente tutto il testo; il risultato è un episodio statico, dove le frasi esoteriche di The Drummer saturano le tavole e azzerano il ritmo in un estenuante monologo, di fronte al quale è naturale condividere la frustrazione di Jakita e l’irritazione di Snow. Che cosa possiamo fare noi, se non attendere, senza in realtà capire e senza nemmeno poterci emozionare, se non nel momento in cui, finalmente, accade qualcosa e quelle parole diventano formule magiche che trasformano la realtà? Altro episodio significativo per l’uso del gergo tecnodelico è “Planet Fiction” (“Planetary” #9): qui la terminologia pseudo-tecnica affianca un ritmo serratissimo ed è usata per alludere a un intreccio e un modello di universo complessi, dove il confine fra immaginario e reale è forse solo illusorio. “Planet Fiction“, nella sua sostanziale oscurità, dimostra l’abilità di Ellis e Cassaday nel suscitare meraviglia e alimentare le aspettative, creando agganci che poi sfrutteranno solo parzialmente: così non sapremo mai che fine ha fatto il misterioso quarto passeggero della fictionave, che Snow alla fine supporrà potersi essere rifugiato fra le pagine del volume che stiamo leggendo.

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“Il bambino brucia”

Gli omaggi e le allusioni al mondo supereroico e alla letteratura avventurosa sono sparsi lungo tutta la saga ma, nonostante la loro abbondanza, rimangono a livello di gioco con il lettore, poiché la forza e il ruolo narrativo di quelle presenze prescinde, con una sola possibile eccezione,

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Sono quindi da considerarsi a tutti gli effetti omaggi affettuosi a quel particolare immaginario da cui provengono (questo vale innanzitutto per l’omaggio a Lord Morfeo e Death, una vignetta senza alcun ruolo narrativo in “To Be In England, In The summertime“). Così, nell’episodio “Opak-Re” (“Planetary” #17) avremmo potuto avere un qualsiasi esploratore inglese al posto di Lord Blackstock, poiché il punto caratteristico di quel personaggio è il suo sentimento di noia, una specie di superficialità nel vedere il mondo e il radicato senso di superiorità (un razzismo del tutto verosimile) nei confronti della pur avanzatissima società di Opak-Re. E così poco aggiunge alla dolorosa intensità emotiva di “Magic and Loss” (“Planetary” #10) il fatto che proponga versioni alternative delle vicende di Superman, Lanterna Verde e Wonder Woman. Il senso di questo episodio è marcare l’amoralità dei Quattro, in modo tale da giustificare quello che Planetary farà loro (in particolare, la tortura di Leather).
I Quattro violano la giustizia, la pace e l’infanzia: non solo sono il Potere Arbitrario, ma, in quanto violatori di bambini, sono l’Orco delle favole [2] . L’unico caso in cui, almeno da un punto di vista metanarrativo, il riferimento ha un suo significato è probabilmente quello dei Quattro, la cui vicenda e le cui identità sono modellate (in opposizione) a quelle dei Fantastici Quattro.
La consapevolezza di questo riferimento aiuta ad apprezzare il punto fondamentale della visione etica esposta in Planetary, cioè la responsabilità (che è personale e la cui assunzione nasce con una scelta) nell’uso della tecnologia e del potere che essa offre.

 

“It’s a strange world” “Let’s keep it that way”

Il principio fondamentale dell’azione di Planetary è che la vita è importante e preziosa in tutte le sue manifestazioni, che ogni forma di vita ha diritto alla libertà, alla possibilità di esprimersi.

Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" />> LoSpazioBianco" height="319" width="280" alt="Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday >> LoSpazioBianco" class="alignleft size-full wp-image-51199" />La vita è una proprietà dell’Universo (e forse anche l’Universo nel suo complesso è una forma di vita) e non c’è niente di più prezioso. L’Universo, questo fiocco di neve multidimensionale, questa olografia vertiginosa che già il gruppo di eroi compagni di Alex Ross riuscì a visualizzare nel loro entusiastico e folle progetto raccontato nel primo episodio, protegge la vita. “Planetary” si congeda in un’atmosfera molto vicina al misticismo: l’Universo che crea e manda esseri con la missione di proteggere e salvare i viventi. Si badi bene, non la vita in senso più o meno astratto, ma i viventi, i singoli esseri, gli individui. È questo il senso dell’ostinazione di Snow nel voler salvare Ambrose.

Quegli proposti sono solo alcuni degli spunti che Planetary offre. Dal punto di vista narrativo, meriterebbe ad esempio esplorare lo sfruttamento dell’idea di complotto, l’utilizzo di figure come Sherlock Holmes, magari in parallelo al lavoro di Moore nel suo “La Lega degli Straordinari Gentlemen”, l’idea di giustizia, l’uso dei piani temporali; così come, dal punto di vista grafico, sarebbe ad esempio interessante analizzare le copertine di Cassaday.
Ciascuno di questi punti offre una prospettiva per l’analisi (e il godimento) di Planetary; esaurito lo spazio ragionevole per un articolo, rimando all’opera e invito ad un’ulteriore sua lettura, magari proprio nell’edizione Absolute, il cui grande formato valorizza ancora di più il lavoro di Cassaday.

Abbiamo parlato di:
Absolute Planetary voll. 1/2
Warren Ellis, John Cassaday
Magic Press – 2010, 2011
#1: 320 pagine, cartonato, colore – 25,00€
ISBN: 9788877592675
#2: 384 pagine, brossurato, colore – 35,00€
ISBN: 9788877594518

 

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Note:

  1. Il senso del meraviglioso, la sensazione della presenza di segreti fantastici subito al di là del nostro campo visivo e rivelazioni e splendori e pericoli e bastardi tutto collegato…“. Warren Ellis: “Planetary Proposal”, 1997. Disponibile presso il sito wildstormresource.wetpaint.com [↩]
  2. Riprendo questa efficace definizione da Silvana de Mari: Il Drago come Realtà, Salani, 2007. [↩]

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