Aprendo il Nuovo Vocabolario della Lingua Italiana di Nicola Zingarelli, alla voce pornografia, si legge: descrizione e rappresentazione in opere letterarie, artistiche, cinematografiche e simili di cose oscene. La seconda definizione fa riferimento all’etimologia del termine: scritto intorno alla prostituzione. Ho provato a chiedere ad alcuni amici di darmi una definizione di pornografia. La risposta è stata più o meno la stessa da parte di tutti: esibizione dell’atto sessuale. Se dunque è abbastanza facile rendersi conto del significato della parola, forse non sono così evidenti i significati a cui la parola in sé si ricollega. Innanzitutto l’atto sessuale fa riferimento al desiderio, all’istinto. Ma nel momento in cui l’oggetto di un desiderio viene completamente svelato, il rischio è di togliere al desiderio la sua spinta iniziale, il suo principale motivo di essere. Svelare ogni dettaglio può essere all’inizio un’espressione di potere, di capacità, di forza, d’intelligenza. Ma quando ogni tensione viene meno e del contrasto essenziale tra volontà di potenza e successo finale non resta che la constatazione di aver soddisfatto il desiderio, allora il desiderio è come svilito della sua natura essenziale.
Il romanzo di un grande scrittore polacco, Witold Gombrowicz, intitolato appunto Pornografia (Bompiani, 1962), conduce il lettore verso una riflessione sul significato del desiderio, non solo sessuale, e sul confronto tra l’individuo e le sue pulsioni più profonde, molto più complesse, talvolta, della pura dimensione erotica. Il romanzo ha ben poco di pornografico. L’autore stesso parlò, al momento dell’uscita, di un titolo ironico.
La storia è ambientata nel periodo dell’occupazione tedesca in Polonia. Il narratore e il suo socio d’affari si recano in un villaggio di campagna per un viaggio d’affari. Qui incontrano due giovani, una ragazza di buona famiglia e un garzone che lavora per lei. I due uomini, ormai maturi, comprendono l’attrazione che sta crescendo tra i due giovani. Si dimostrano dotati di una grande capacità d’analisi interiore e vengono attratti dall’idea di favorire lo sbocciare dell’amore tra i due giovani. Senza svelare il finale, il libro si basa sulla maestria dello scrittore, abilissimo a caratterizzare la tendenza voyeuristica dei due uomini. Nella loro percezione dell’amore, essi esprimono un desiderio puro. Ma questa purezza non riguarda l’innocenza, niente affatto. È la purezza del desiderio rappresentato in quanto tale, senza un vero oggetto del desiderare. Essi non desiderano conquistare, ma desiderano che qualcun altro realizzi una conquista. E per spingere a questa conquista devono immaginare l’amore prima che esso venga consumato. Ma non si avverte nessuna morbosità, nessuna descrizione audace. I due uomini escogitano dei trucchi quasi innocenti per condurre i due ragazzi verso il compimento della loro unione: una gita in collina, un incontro all’apparenza casuale. Queste situazioni appaiono banali, semplici, innocenti. Ma è da questa banalità apparente che il lettore può conoscere il desiderio. Un desiderio che viene esibito, ostentato, manifestato, rappresentato. È appunto la perfetta pornografia, non relativa all’atto osceno o alla sessualità, ma al vero desiderio, per come si presenta quando viene svuotato di ogni sovrastruttura che un certo ambiente sociale obbliga a portarsi dietro. Una volta liberato e rappresentato in quanto tale, l’atto del desiderare si riempie di una pluralità di significati: nostalgia della giovinezza da parte degli uomini maturi, invidia della bellezza perduta, tristezza per una libertà e una spensieratezza forse non vissute, paura della vecchiaia, abbastanza vicina ormai.
Nel romanzo di Gombrowicz la vera pornografia è quella del sentimento che viene messo a nudo e costringe così l’essere umano a guardarsi dentro, riconoscendosi per quello che è: uno scontento, un appagato, un frustrato, un pauroso, una vittima, un crudele, un buono, un falso. Questa pornografia del sentimento è tutt’altro che facile: richiede un grande coraggio, perché esige di riconoscersi per ciò che siamo. Richiede persino una certa capacità di autoinganno, perché talvolta la coscienza mette in atto diversi trucchi per non ammettere la nostra sconfitta esistenziale. E sullo sfondo, a incombere su tutto, c’è la guerra, la morte. La riflessione che ci spinge a fare il romanzo è molto attuale. Infatti se il problema è di svelare il desiderio, di esibirlo senza paura, per come è presente nel profondo dell’animo, allora siamo obbligati a chiederci chi siamo e cosa vogliamo veramente. La domanda fondamentale diventa: siamo certi di volere veramente ciò che ci sembra di desiderare? Non è forse il nostro desiderio indirizzato verso oggetti e obiettivi che qualcun altro ha deciso per noi?
Proseguendo su questa linea arriviamo al vecchio e annoso problema riassumibile nell’imperativo: conosci te stesso. Il romanzo dello scrittore polacco si mantiene in perfetto equilibrio tra un’esigenza di conoscenza e il suggerimento degli strumenti per soddisfare questa esigenza. Sono strumenti semplici, gli stessi offerti dalla vita quotidiana.
Questo libro mi ha fatto venire in mente un film del 1999, per una specifica affinità nel titolo: Una relazione privata (Une liaison pornographique) del regista belga Frédéric Fonteyne. Il film analizzava le dinamiche psicologiche della vita di una coppia in difficoltà. Anche in questo caso il riferimento alla pornografia nel titolo non corrisponde alle scene, in cui il sesso non svolge certo un ruolo centrale. Anche in questo caso la dimensione pornografica riguarda la scoperta della vera natura del legame sentimentale. Dunque pornografia come scoperta del Vero che si cela in noi. Ciò si ricollega alla differenza tra trasgressione e omologazione.
Una sessualità privata di inibizioni, esibita, portata all’eccesso, fino talvolta all’oscenità, è facilmente associabile all’idea della trasgressione. Eppure è falso. Se infatti la sessualità è ridotta a istinto esibito, sono la volontà e la coscienza che dichiarano la sconfitta rispetto alle pulsioni primarie. La vera trasgressione è dunque un’altra. Quella che ci porta a vedere in noi, a svelare le nostre frustrazioni e i nostri veri desideri. La pornografia davvero trasgressiva è quella di Gombrowicz perché costituisce un’esibizione della vita interiore di un personaggio, in cui il personaggio stesso è l’unico spettatore.
L’altra pornografia, l’oscenità, è solo banale omologazione.
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