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Portella della Ginestra: le scarpe rotte dei morti

Creato il 01 maggio 2010 da Casarrubea
Portella della Ginestra: le scarpe rotte dei morti

Portella della Ginestra

Ci fa piacere che finalmente, per la prima volta, l’antifascismo e la lotta alla mafia siano insieme a Portella della Ginestra in questo primo maggio 2010. Era ora!

Peccato, però, che gli autori dell’articolo “Sindacati e partigiani a Portella come allora” di Maurizio Calà e di Ottavio Terranova,  non dicano come all’epoca stavano veramente le cose. Fatto grave trattandosi di un segretario provinciale Cgil e di un presidente Anpi. La Storia in cui allegramente scorazzano lungo tutto l’articolo pubblicato dall’edizione palermitana di Repubblica di oggi, dovrebbero francamente studiarsela meglio. Non fu quella di Portella la prima strage di Stato dell’era repubblicana, come scrivono. C’erano state altre due stragi prima: quella di Alia, il 22 settembre 1946, e quella di Messina il 7 marzo 1947, senza contare tutti gli altri omicidi di sindacalisti ammazzati dopo il 2 giugno ’46.

Nella strage di Alia salta in aria, con bombe e colpi di mitra, l’intera sede della Federterra. Due morti. Ma potevano essere molti di più. L’episodio ha le caratteristiche del terrorismo più efferato. Come a Messina, dove i carabinieri, aprono il fuoco sulla folla e ammazzano tre lavoratori sparando nel mucchio.

Non siamo insomma ben messi se addirittura dirigenti dell’Anpi e della Cgil semplificano a tal punto la storia riducendola al solito bla bla bla sindacalese: i padroni, gli agrari, da un lato e le masse, il popolo dall’altro. La povera gente sapeva bene come stavano le cose. C’era dell’altro, molto più grave di un semplice scontro di classe.

Peccati veniali in un tempo come il nostro che ha visto il suicidio collettivo della sinistra, che della sua storia ormai si vergogna come un ragazzino beccato con le mani nel barattolo della marmellata.

Imperterriti, i due autori sostengono che la strage di Portella della Ginestra del Primo maggio 1947 è la conseguenza delle lotte della “Federterra e della Federbraccianti che contrastavano “le posizioni dei grandi proprietari terrieri, delle organizzazioni di destra e della mafia agraria”. Risparmiamo al lettore il resto dell’articolo in cui vi è la solita solfa delle elezioni regionali dell’aprile 1947, del “bandito” Giuliano che spara senza pietà, di Girolamo Li Causi che denuncia alla Costituente ciò che è accaduto. Come se da allora, nessuno avesse meglio messo a fuoco quel contesto virulento, documenti alla mano. E come se la Sicilia fosse un’isola fuori dal mondo. Non nel bel mezzo del Mediterraneo, teatro dal ‘43 degli appetiti delle grandi potenze, a cominciare dagli Usa che si sentivano i padroni dell’Italia sconfitta e pertanto abilitati a dettare le loro leggi.

A distanza di sessantatre anni ci pare incredibile che il sindacato continui a recitare la parte del compare sordo che non vuole sentire, ci vede male e sta muto, anche se dal pulpito sentenzia senza nulla dimostrare. I morti sono morti e reclamano  verità e giustizia. Al contrario, Anpi e Cgil dovrebbero fare della ricerca della verità storica la loro bandiera. Cosa ben diversa dallo sperperare il denaro dei lavoratori in tarallucci e vino, feste paesane, mercatini e teatrini. Uno spettacolo rumoroso e scomposto a cui gli organizzatori ci hanno ormai abituato da anni. Alla faccia delle persone trucidate senza pietà tra quei massi. Portella è un sacrario laico, non una qualsiasi piazza.

CG e MJC


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