Psicologia del locale (parte 3)

Da Fishcanfly @marcodecave

E siamo arrivati probabilmente ad uno degli ultimi pezzi di empirica analisi sui locali, dopo la prima e la seconda parte! Per le prossime volte, vogliamo invitarvi a cena, se ci siete. Magari a Roma, perché no? Seguite le seguenti regole, però.

Se davvero dovete mettervi a tavola (come se esistesse una posizione specifica “a tavola” che, a mia memoria, non esiste nemmeno sul Kamasutra), evitate innanzitutto qualsiasi discorso sull’etichetta. Sui gomiti, innanzitutto. Non sul tavolo, non a metà avambraccio. Ma solo e sempre alzati.


Delle cose che affascinano dello stare “a tavola” (scusate, ma ogni volta che ripeto questa espressione penso me, buttato su una tavola da stiro, mentre chiedo pietà per i miei peccati e un ferro da stiro-formato-alieno che arriva dall’alto) è proprio come si svolge il dialogo tra le persone. Appena ci si siede e non ci si conosce, ci sono quei momenti di imbarazzante silenzio in cui effettivamente si osservano i piatti, coltelli e i bicchieri. Cameriereeeee, manca un bicchiereeee. Magari, perché no schioccando le dita e, facendo finta di sapere il francese, chiamarlo garçon. Ma questo richiamo meglio riservarlo per i vostri Bobby, Lessie, Rocky, Stella, Fuffi ecc. ecc.

Alcune volte, abbiamo bisogno di uno schiocco abbastanza energico.

Improvvisamente l’attenzione della tavolata (dove tavolata indica il prodotto del subconscio della tavola) viene indirizzata verso un discorso qualunque che generalmente ha argomenti al centro come sesso, politica, sesso, politica, gossip, sesso o politica. Una persona si ritrova al centro dell’attenzione mentre dice e snocciola qualunque teoria su un qualunque degli argomenti innanzipoco citati. E tutti ascoltano e, vuoi aperta difesa della psicologia, nessuno o replica o al massimo concordano tutti.

Nel caso in cui qualcuno replica:
a. viene soffocato
b. viene invitato a bere vino
c. viene invitato in quel momento dal Presidente degli Stati Uniti a tacere.

Mentre la tavolata continua a produrre i propri effetti, il cameriere-prodotto-conscio arriva a chiedere con aria abbastanza convinta: “Fatto? Possiamo?” Premesso che a. “Fatto?” me lo diceva mia mamma quando ero sul vasino; b. nessuno vuole giocare con il cameriere (o cameriera, scusate, mi dimentico il politically correct), si arriva davanti al silenzio dell’umanità di fronte ai più atroci delitti. Nessuno ha una minima idea di cosa vuole. “Senta, scusi, può tornare tra poco?”.


Nella tavolata, ormai diventata prodotto-cosciente del tavolo, cala il silenzio. Massima concentrazione sui menu. Scorrono veloci gli occhi piatti da 20 euro in su. La salvezza. La pizza. Meno di dieci euro, dove ti va bene. Poi chi preferisce i primi, ma tutto in silenzio. Improvvisamente i primi singulti: “Tui cosa prendi?” “Non lo so” “Neanch’io lo so” “Solo primo ragazzi” , dice uno. E tutti ne riconoscono l’autorità. Tutti convengono con il re-parla-mentre-menu-legge. Lui è l’unica persona che è stata capace di parlare e leggere allo stesso momento.

Il cameriere uscirà stremato. Stremato, ma felice. Tutti hanno il loro primo, il loro-primo-ma-lo-dividiamo-quindi-due-forchette ecc. ecc.

Scusi, ma si potrebbe avere un po’ più d’olio? Si potrebbe abbassare leggermente la televisione? (E lì il cameriere sufficientemente stolido vi dirà che il televisore non si può abbassare perché fissato sul muro e ci vorrebbe almeno un cacciaviti) Si può chiedere il conto separato, ma noi due invece insieme? Ecc.ecc.

Cameriereeeeeeee!

Sì, cameriere. Un sandwich al formaggio con insalata di cavolo e maionese.



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