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Quelle sigle diventate acronimo del terrore

Creato il 19 settembre 2014 da Danemblog @danemblog
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 19/09/2014)
Proviamo a mettere in chiaro subito un po' di cose: per quel che conta, la definizione "più corretta" per definire il gruppo radicale islamista sunnita che sta mettendo in crisi il mondo dall'Iraq, adesso è IS, che sta per Stato Islamico – lo è dal 29 giugno in poi, data in cui Abu Bakr al-Baghdadi è diventato Khalifa Ibrahim e ha proclamato il Califfato; da lì non ci sono più connotazioni territoriali al suo stato, che teoricamente è in continua espansione. Dunque niente più “Iraq e Siria” o “Levante” che sia, tuttavia gli acronimi “ISIS” e “ISIL” sono un'adozione giornalistica ritenuta “non scorretta”. (Servirà più avanti).
Va aggiunto che quel territorio preso per il momento dall'IS – e come detto in teorica espansione – ha, secondo molti analisti, raggiunto il massimo dell'estensione. Più di così, nonostante i 30 mila uomini stimati dalla Cia, lo Stato Islamico non ha modo di gestirsi. (Certo, per il momento: la situazione è in divenire e si mette in conto ogni evenienza).
A proposito di questo e di mettere in chiaro le cose, va detto anche che il Califfo non ha praticamente mai minacciato l'Occidente sulla possibilità di espandersi fino a “conquistare” le sue terre, pensando più a un progetto regionale: lo ha ripetuto anche Chuck Hagel martedì, in un'apposita udienza al Congresso americano riunito. (Altra cosa sono gli attentati).
Da qui prende aria la considerazione che molti analisti stanno portando avanti in questi giorni: lo Stato Islamico è un pericolo sopravvalutato, lo stiamo prendendo troppo sul serio, ci stiamo facendo coinvolgere troppo su un teatro che è e resterà regionale (queste più o meno le tesi di fondo di un discusso pezzo di Ramzy Mardini, studioso del Rafik Hariri Center for the Middle East, uscito sul Washington Post la scorsa settimana e che sull'argomento "sopravvalutazione del Califfo" è diventato il riferimento). (È un aspetto relativo, ma è comunque interessante).
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Che siano quattro sigle o due, resta che l'IS è comunque un threat fondamentale, tanto da spostare una discussione simil-accademica sull'acronimo verso il piano politico.
Isis Martinenz, una donna di Miami, è il simbolo di una raccolta di firme per chiedere al mondo di non utilizzare l'acronimo che lei porta per nome – per intenderci, “Isis” è la traduzione inglese di “Iside”, e molte donne si chiamano con il nome della dea (compresa una mia anziana zia). Allo stesso tempo, invece, altri hanno ricordato che l'uso della “L” per “Levante”, è un'incoerenza storica: la columnist del New York Times Maureen Dowd ha sottolineato che con l'uso di tale termine «si evoca un'associazione coloniale dei primi del 20° secolo, quando la Gran Bretagna e la Francia trassero le loro mappe, spartendosi la Mesopotamia secondo l'ottica del guadagno economico, piuttosto che delle realtà locali» – non è folle sostenere che quegli accordi, noti come Accordi di Sykes Picot, sono il background alla grande instabilità della regione. Si chiede Dowd, se il richiamo al colonialismo rappresenti una specie di lapsus inconscio che scopre una volontà di sottomissione tale da rendere quei popoli «più facili da gestire», «una speranza per l'Occidente».
Come spesso accade a mettere ancora più pepe alla discussione, è stato un intervento del presidente Obama, che, domenica scorsa, quando ha incontrato il nuovo moderatore di "Meet the press" Chuck Todd, ha usato sempre e solo "ISIL". Nell'uso dell'acronimo, secondo Todd, c'è una lettura politica forte: Obama non metterebbe quella "S" per non evocare la Siria. Martedì al Congresso, sia il segretario alla Difesa Hagel che il generale Dempsey (capo di stato maggiore dell'Esercito), hanno confermato la volontà americana di colpire l'IS anche sul territorio di Damasco, ma senza coinvolgere il regime locale. Per questo si evitano menzioni a proposito: parlare di Stato Islamico di Iraq e Siria (aka Isis), metterebbe automaticamente la nazione di Assad tra le vittime del Califfo e avallerebbe le richieste del presidente siriano di partecipare alla coalizione anti-IS.
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Coalizione già abbastanza problematica ed eterogenea. Abbandonando le letture minuziose che vedono dietro agli acronimi progetti di politica estera, sul campo la situazione è fluida e incerta. Gli alleati occidentali hanno risposto tiepidamente – anche se UK, Francia, Belgio e Australia, sono già preparati a combattere. Ci sarebbe pure un gruppo di dieci non specificati paesi arabi pronti a scendere in campo attivamente contro l'IS, ma, come si dice, nessuno "ha fatto una corsa" per scontrarsi con il Califfo – tanto che qualcuno l'ha malignamente definita "la coalizione dei riluttanti".
Quello che serve, invece, per il momento manca: l'appoggio, fondamentale, dei clan sunniti locali. Argomento enorme, ma imprescindibile se si vuole andare oltre il contenimento del Califfato.
Sul campo per il momento continuano più che altro a sventolare le bandiere delle milizie fanatiche sciite, quelle che durante l'ultima guerra (precisamente tra il 2005 e il 2011) sono state armate dall'Iran per combattere gli americani. Gruppi che ora appoggiano l'esercito regolare iracheno (su guida iraniana) e hanno un'ideologia estremamente anti-sunnita: la Brigata Badr, le brigate Hezbollah (non quelle libanesi, anche se il modello è lo stesso), la Lega dei giusti (Asaib al-Haq) e la brigata del Giorno promesso (Liwa al-Youm al-Mawud, riferita all'Apocalisse). Negli anni della guerriglia, erano chiamate tutte con lo stesso nome, per comodità: "Gruppi speciali". Il Guardian tempo fa aveva mandato un inviato a seguire il ritorno in Iraq di questi gruppi dalla Siria, dove combattevano al fianco del regime di Assad.
Quando, esattamente un anno fa, Obama minacciò di bombardare Damasco, responsabile del massacro chimico alla periferia della capitale, i "gruppi speciali" iracheni annunciarono attentati contro l'America per rappresaglia: gli stessi adesso godono dell'appoggio aereo USA.
Situazione complicata, delicata, e liquida, gestire i membri di questa "non-coalizione", che però stanno facendo il grosso del lavoro sporco: «una mina» li ha definiti il NYTimes.
Per combattere lo Stato Islamico c'è da fare molto di più che aggiustare le lettere di un acronimo: per questo il generale Dempsey, presente anche lui all'udienza di martedì al Congresso, non ha escluso la possibilità dell'invio di truppe di terra (in più alle Special Forces già presenti).


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